L’appello del segretario regionale: «il conto più caro lo stanno pagando come sempre anziani e pensionati».

«Alcuni intendono l’azione del sindacato come una continua contestazione, uno scagliarsi contro a prescindere dal merito delle situazioni. Io invece credo che l’attività del sindacalista debba portare il segno dell’umiltà: siamo qui per essere responsabili insieme alle istituzioni, non per fare guerra alle istituzioni». Ci accoglie con queste parole Biagio Ciccone, segretario della UIL pensionati della Campania, che abbiamo interpellato per fare insieme a lui il punto della situazione sulla crisi in atto, ad un anno dall’inizio della pandemia.

Segretario Ciccone, da leader dei pensionati, come le appare lo scenario nazionale a circa un anno dal primo lockdown?

«Nel nostro Paese la pandemia ha strappato finora alla vita più di 100mila persone, di cui quasi il 97% con un’età superiore ai 65 anni. Si tratta di dati che possono essere letti in maniera diametralmente opposta, a seconda dell’orizzonte di valori in cui ci si muove».

Ovvero?

«La perdita di così tanti anziani rappresenta una tragedia nella tragedia, perché anche al di là dei legami affettivi (tutti sappiamo, ad esempio, quanto siano fondamentali i nonni nelle famiglie) c’è da considerare la decimazione di intere generazioni: con loro scompare un patrimonio di cultura e tradizioni, ma anche un modo d’essere, fatto di educazione e gentilezza. È un danno incalcolabile. Tuttavia, nella nostra società sussiste anche una pericolosissima “cultura dello scarto”, secondo la quale il valore di una vita umana è riducibile a una questione economica. In quest’ottica l’anziano rappresenta un “improduttivo”, un peso morto per la società, pertanto le conseguenze della pandemia sarebbero addirittura positive: la stragrande maggioranza delle vittime era composta da percettori di pensioni e, stando alle previsioni, questo comporterà nel prossimo decennio una riduzione della spesa pensionistica di quasi 12 miliardi di euro».

Una cifra enorme

«Senza dubbio. Ma sono “soldi maledetti” che andrebbero “restituiti” alla categoria degli anziani, visto che non siamo stati in grado di proteggerla quanto aveva diritto. Come?  In primo luogo, investendoli nella tutela degli over 65 sopravvissuti, a cominciare da una attività di vaccinazione capillare, incentrata sulla priorità alle fasce d’età più esposte invece che su assurdi privilegi di questa o quella categoria. Inoltre, si dovrebbero destinare maggiori fondi alla spesa sociale dei Comuni, che a livello locale assicura ai nostri anziani una serie di servizi davvero irrinunciabili. Si pensi che tra il 2011 e il 2018 le risorse destinate agli over 65 hanno subito una drastica riduzione: a fronte di un aumento della spesa pro-capite complessiva (da 116 a 124 euro), la spesa pro-capite per gli anziani è diminuita notevolmente (da 112 euro a 94 euro). E questo dato diventa ancor più drammatico in alcune regioni, come la nostra, dove la spesa pro-capite (58 euro) è del 40% in meno circa rispetto alla media nazionale».

A proposito della Campania, come si colloca in questo quadro?

«In Campania abbiamo abbondantemente superato i 5mila decessi dall’inizio della crisi pandemica, il che significa quasi un morto ogni ora. È un dato già di per sé impressionante. Se poi si considera che la cosiddetta prima ondata ci aveva sostanzialmente risparmiati, allora si capisce che i maggiori danni li abbiamo subiti da ottobre in poi. Questo fa riflettere molto».

In che senso?

«Pur apprezzando gli sforzi, bisogna riconoscere che quanto fatto finora è decisamente insufficiente. A sentire certi proclami dell’establishment regionale, prima di questo autunno sembrava che fossimo in un ventre di vacca grazie a chissà quali magie della gestione sanitaria locale. La realtà ha poi rivelato che così non era e che è stato perso tempo prezioso per prepararsi alle successive ondate. E le preoccupazioni per la gestione della sanità non riguardano solo la pandemia, ma il discorso è ben più ampio. Secondo l’ultima ricerca del CNEL, ad esempio, tra le fasce sociali più ricche del Nord e quelle più povere del Sud c’è una differenza di circa 10 anni nell’aspettativa di vita. Anche se non si guarda alle fasce sociali, c’è comunque un significativo divario (fino a 3 anni) tra le città di Milano e Napoli. La Campania continua a detenere il primato di regione più giovane, ma anche dai noi si accresce il fenomeno del progressivo invecchiamento: nel periodo 2014-2020, l’indice di vecchiaia è aumentato considerevolmente (più di 25 punti percentuale) e questo pone un problema di squilibrio generazionale, con inevitabili ripercussioni sia sulla sfera economica che su quella sociale».

Alla luce di questa situazione, di cosa abbiamo bisogno?

«Abbiamo bisogno di governanti e non di governatori. Di amministratori locali e non di amministratori delegati. Di tecnici competenti e non di tecnici “interessati”. Detto in altri termini, abbiamo bisogno di Enea».

Di Enea? Si spieghi meglio

«È un anno che sentiamo dire che “siamo in guerra”. Ebbene, in guerra servono uomini di valore. Non se ne può fare a meno. Anche Enea era in guerra, anzi la guerra l’aveva perduta. Eppure, dalla tragedia della sconfitta e della distruzione, Enea fece nascere una nuova civiltà, la più grande della storia. Come ha fatto? È semplice: per ricominciare, portò via con sé il figlioletto Ascanio, ma caricando sulle spalle il vecchio padre Anchise. Insomma, capì un fatto evidente che purtroppo però ancora oggi molti ignorano: una società non può fare a meno dei giovani (Ascanio) né può lasciare indietro gli anziani (Anchise), non può proiettarsi adeguatamente verso il futuro (giovani) facendo a meno delle proprie radici (anziani). Questo è il modello da seguire, se vogliamo salvarci. Del resto non è un caso se il nostro padre Dante, di cui stiamo festeggiando il VII centenario dalla morte, colloca “il giusto” Enea tra gli “spiriti magni”».

Seguendo i giusti esempi, dunque, può esserci speranza?

«Stiamo festeggiando la Santa Pasqua e non posso fare a meno di essere aperto alla speranza. In fondo, il termine stesso “Pasqua” significa letteralmente “passaggio”: passaggio dalla schiavitù in Egitto alla Terra promessa. Ecco, la nostra Terra promessa è vicina e si chiama “vaccino per tutti”: bisogna entrare quanto prima in questa Terra promessa, dando la precedenza ai più fragili e agli anziani. Questa salvezza è ad un passo da noi, ma non bisogna più perdere tempo o commettere errori nello stabilire priorità e precedenze. Entriamo tutti nella Terra promessa a partire dai più deboli. Entriamoci presto!».

Allora è più che mai il caso di dire “Buona Pasqua”.