Io penso che con l’analisi dei nuovi dati, prevista nei prossimi giorni, potremmo diventare zona arancione e ciò confermerebbe le nostre preoccupazioni. Sarei perplesso se dovessimo rimanere zona gialla“. Sono toni preoccupati e polemici quelli usati da Italo Giulivo, coordinatore dell’Unità di Crisi della Regione Campania. La decisione del governo di inserire il territorio campano tra quelli a bassa criticità, sarebbe frutto di grave miopia “perché ha interpretato la situazione al 25 ottobre che era migliore – prosegue Giulivo – avevamo assunto misure più cautelative rispetto al resto del Paese. Il governo guarda il colore nello specchietto retrovisore e questo vuol dire che abbiamo lavorato bene sulla prevenzione“. Non manca poi un appello ai cittadini, tenuti a comportamenti autoprotettivi, “coprirsi meglio o stare a casa sono segni di responsabilità“.

Ma la vera stoccata, Giulivo la riserva a degli insospettabili, figure che la narrazione generale interpreta come primo baluardo sanitario sotto perenne stress dall’arrivo del famigerato Covid: i medici di base. Se il coordinatore dell’ente assolve le Aslsono sommerse di lavoro sui tamponi e sulle chiamate“, condanna con parole affilate i camici bianchi di famiglia: “ne ho contezza da mail di cittadini che dicono che non riescono a parlare con nessuno e finiscono per mettersi in macchina e andare al pronto soccorso. Ma i protocolli prevedono questo e il medico deve rispondere anche al sabato e alla domenica“. Il diktat di Giulivo è chiaro: “anche nel mio contratto è previsto che possa fare altro nel week end ma ora è il momento che ognuno dia il suo contributo, hai fatto il giuramento di Ippocrate nessuno può stare a dire oggi mi tocca domani o non mi tocca“.

È certo che il giudizio tagliato con l’accetta non lascerà i medici di base inerti. Basti ricordare la preoccupazione espressa nemmeno un mese fa dai vertici partenopei di Fimmg Luigi Sparano e Corrado Calamaro, che lanciarono un vero e proprio Sos: “i cittadini campani potrebbero trovarsi senza medici di famiglia, privi di assistenza primaria nel pieno della pandemia“. Tradotto in una facile equazione, ciò implica che allo stato delle cose, 1.200 studi su tutto il territorio di Napoli e provincia, devono coprire una popolazione di circa 1 milione 500mila persone. Come se non bastasse, alle criticità del virus si aggiunge la soglia di pensionamento per molti camici bianchi. “Dal 2019 è iniziata una quiescenza che vede coinvolti il 65% dei medici in servizio – proseguono Calamaro e Sparano – “manca un turnover che faciliti l’inserimento dei nuovi“.