Sono passati giusto 100 anni da quel 1920 in cui finì la terribile ‘Spagnola’. Ma non fu l’unica influenza a seminare il terrore.

Anche i più giovani, che mai ne avevano sentito parlare, oggi sanno cosa fu l’influenza denominata Spagnola. Il Covid-19 è arrivato giusto 100 anni dopo e, si spera, non farà altrettante vittime. I numeri di quella che è stata la più devastante delle pandemie, sono da film catastrofico: si va da un minimo di 15 a un massimo di 100 milioni di morti nel mondo, mentre i contagiati furono circa 500 milioni su un totale di 1,8 miliardi di persone. Stime molto diverse, giustificate dal fatto che all’epoca non si poteva contare sulle conoscenze di oggi e, oltretutto, c’era di mezzo anche la Prima guerra mondiale. La Spagnola, così denominata perché la stampa iberica fu la prima a parlarne, non essendo sottoposta alla censura in quanto neutrale durante la Grande guerra, non si sa con certezza da dove ebbe origine, sebbene si pensi che il primo focolaio fosse negli USA. Ci sono molte incertezze anche sul motivo per cui fu così letale, in particolare coi giovani: la medicina non era quella di oggi e i virus non si conoscevano bene, in molti casi sembra che sia stata curata con l’Aspirina causando peggioramenti e anche la morte dei pazienti e, come detto prima, c’era la guerra che finì a novembre 1918 con le conseguenze facilmente immaginabili per la diffusione della pandemia. Uno studio del 1995 che ha isolato e sequenziato diversi virus, ha scoperto che probabilmente quello del 1918 è l’antenato dei 4 ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto, ma a quel tempo era un agente patogeno interamente nuovo per l’umanità, non frutto di un processo di riassortimento di ceppi già circolanti e perciò più mortale. All’epoca, più di oggi, non esistendo le cure attuali, si cercò di sconfiggere il ‘nemico invisibile’ col distanziamento sociale: negozi chiusi o a ingresso consentito uno per volta, medici impossibilitati a visitare i pazienti e fosse comuni dove vennero accatastati i cadaveri senza bara. La BBC Future racconta che la comunità di Bristol Bay, in Alaska, in risposta all’epidemia non solo chiuse le scuole e bandì ogni occasione di pubblica socialità, ma isolò la sua principale strada di accesso al resto del mondo. Qualcosa che ci suona familiare ancora oggi, purtroppo.

Dopo la Spagnola si tornò alle influenze normali’ fino al 1957, quando arrivò l’Asiatica. Durò fino al 1960 e, nonostante fu realizzato rapidamente un vaccino, causò circa due milioni di morti nel mondo, un numero ancora inaccettabile, sebbene di molto inferiore a quello del 1918. Il virus (H2N2) fu individuato per la prima volta a Singapore, ma il mondo lo scoprì quando il New York Times scrisse che aveva colpito circa 250.000 persone nella sola Hong Kong. In Italia, i primi casi furono segnalati nell’estate del ’57 a Napoli, dove il virus fu portato dai tanti soldati che, infatti, tra le loro file contarono 3 morti e 20 mila contagiati. Quando si sviluppò nel resto della penisola, il contagio colpì il 50% della popolazione causando 30 mila morti. Nonostante ciò i media dell’epoca, non solo italiani, non ritennero fosse una notizia da prima pagina, così la fecero passare per un’influenza come le altre. In effetti lo era, diversamente dal ‘nostro’ coronavirus, ma la sua aggressività superava di gran lunga la media, come testimonia il numero delle vittime.

Undici anni dopo, nel 1968, l’uomo si trovò a fronteggiare una nuova pandemia dovuta al virus A/H3N2, definita l’influenza di Hong Kong  o, a partire dall’inverno del 1969, influenza spaziale, dato che a luglio il primo uomo era sbarcato sulla Luna. Diversamente dalle precedenti pandemie, questa colpì in modo differente nel mondo: la mortalità fu elevata negli USA, molto meno in Europa. Nel nostro Paese, nell’inverno del 1968-69 e in quello successivo, contagiò circa un terzo degli abitanti, tra i 10 e i 13 milioni di persone, causando circa 20 mila morti, mentre nel mondo le vittime furono tra le 750.000 e i 2 milioni.

Questa fu l’ultima delle gravi pandemie che hanno colpito l’uomo, ma ce ne furono altre minori: una nel 1977 definita Russa, che si manifestò maggiormente in Cina e sui giovani con meno di 25 anni; non causò molte vittime ma ancora oggi si pensa che il virus sia sfuggito da qualche laboratorio in cui erano in corso sperimentazioni per un vaccino. Un’altra ci fu nel 1947: si diffuse maggiormente tra le truppe americane in oriente e poi in tutto il globo, causando un numero di morti relativamente basso. La curiosità, in questo caso, è nel fatto che molti militari americani furono vaccinati contro il virus, ma quello sbagliato. Il vaccino preparato dai medici conteneva un ceppo H1N1 derivato dal virus del 1943, che era stato efficace fino al 1945, ma si dimostrò inefficace nel 1947; in seguito si scoprì che le sequenze di RNA virale del 1943 da cui era stato derivato il vaccino, e quelle del 1947, avevano una composizione molto diversa.

Pandemie a parte, più recentemente abbiamo sentito parlare di influenza suina e di SARS. L’influenza suina fece la sua comparsa nel 2009 in Messico e fu chiamata così perché inizialmente colpiva solo i maiali. Diffusasi in tutto il globo, causò tra i 300 e i 400 mila morti. Oggi rientra tra i normali virus influenzali del sottotipo H1N1 ed è inclusa nel vaccino annuale. Merita, invece, un discorso più approfondito la SARS, che colpì dal 2002 al 2004 causando 774 morti, per lo più in Cina. SARS è l’acronimo di Severe acute respiratory syndrome, ovvero sindrome respiratoria acuta grave, e si tratta di un coronavirus simile al Covid-19. Va subito detto che, pur senza trovare un vaccino, questa malattia è stata debellata e l’ultimo caso risulta essere stato nel 2004, ma le analogie col Covid-19 fanno sì che se ne torni a parlare. Il primo a identificare la SARS  fu il medico italiano Carlo Urbani, che all’epoca lavorava a Hanoi, in Vietnam e rimase ucciso dalla malattia. La sua morte servì a sensibilizzare l’opinione pubblica e i media che, da allora, iniziarono a parlarne. Il primo caso, infatti, fu registrato in Cina, nella provincia di Guangdong, nel novembre 2002. Ma il governo cinese informò l’Organizzazione mondiale della sanità solo a febbraio del 2003. Furono prese misure di contenimento in tutto il mondo e gli ospedali furono predisposti all’accoglienza dei malati. Alla fine si contarono ‘solo’ 8.000 contagiati e 800 morti nel mondo, di cui appena 4 in Italia. Ma allora perché se ne parla tanto? Perché è molto simile all’attuale Covid-19 e quando la SARS fu studiata in tutto il mondo, molti furono i medici e gli studiosi che dissero di stare in guardia, di prepararci per tempo, perché sarebbe arrivato un nuovo coronavirus molto più devastante di quello. Nel maggio 2003 il medico canadese del Manhattan Institute, David Gratzer, definì quel virus «un avvertimento»; Paul Caulford, dell’ospedale Scarborough di Toronto, a dicembre dello stesso anno disse: «Senza significativi interventi sanitari a livello locale e globale, rischiamo l’annichilimento di milioni di persone, con questo stesso virus, o il prossimo»; nel 2004 Robin Weiss, autorevole virologo britannico, pubblicò con Angela McLean uno studio dal titolo Cos’abbiamo imparato dalla SARS?. Il sunto del volume in un’unica frase è: «L’umanità l’ha scampata bella». Ancora: nel 2005 la Stanford University Press pubblica la trascrizione di un convegno dell’East Asian Research al Fairbank Center di Harvard, del settembre 2003; il titolo è: SARS in China. Prelude to Pandemic? Ma il Covid-19 ha reso ancor più celebre il divulgatore scientifico americano David Quammen il quale, nel suo libro del 2012 intitolato Spillover (così viene chiamato il passaggio del virus dall’animale all’uomo), in cui fa una storia dell’evoluzione delle pandemie, profetizza che la prossima sarebbe stata causata da un virus zoonotico trasmesso da un animale selvatico, verosimilmente un pipistrello, e sarebbe venuto a contatto con l’uomo attraverso un wet market in Cina. Aveva una palla di vetro funzionante? Certamente no, semplicemente aveva fatto un’attenta e corretta analisi delle evoluzioni del virus e delle motivazioni per cui la SARS non fu così devastante: identificazione genomica del virus in solo due settimane, isolamento dove necessario, efficaci misure di contenimento in tutti i Paesi coinvolti ma, soprattutto, il caso. La fortuna ha voluto che non si aprissero spiragli particolarmente estesi per una diffusione globale del virus, che infatti colpì quasi esclusivamente l’Oriente. Ma nonostante i numerosi segnali di allerta, non abbiamo imparato nulla dall’epidemia di SARS e ci siamo fatti trovare impreparati. Solo ora vengono fatte pressioni notevoli sulla Cina per limitare quei wet market in cui i virus fanno il salto di specie e solo il 10 aprile scorso è stato annunciato il divieto di consumo di animali domestici. Sia ben chiaro che non si intende discriminare nessuno, ma bisognerà che qualcuno faccia comprendere alla Cina l’importanza che hanno, a livello mondiale, alcuni eventi e tradizioni locali come i wet market e il considerare prelibatezze alimentari animali che possono far compiere il salto di specie al virus. Così com’è importante che il loro governo comprenda quali danni fa il loro negazionismo a oltranza: basti pensare che una ricerca recente dell’Università di Southampton afferma che se a Wuhan il blocco totale fosse stato effettuato tre settimane prima, avrebbe ridotto i contagi del 95%, e del 66% se lo avesse fatto anche solo una settimana prima. Ma anche il mondo occidentale ha le sue colpe: i migliori sistemi sanitari nazionali si sono dimostrati insufficienti e quasi tutti i governi occidentali hanno sottovalutato il pericolo pensando all’economia piuttosto che alla salute, come abbiamo scritto in questo articolo https://www.napoliflash24.it/coronavirus-la-grecia-mette-in-riga-leuropa/. Se dopo la SARS ignoreremo anche questo secondo e più pesante avvertimento sulla pericolosità di questi virus, non solo ci dimostreremo infinitamente stupidi, ma soprattutto renderemo inutile la morte di tante persone e il dolore delle famiglie che ancora le stanno contando in questi giorni.