Intervista al prof. Nelson Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicologia Clinica presso il Dipartimento di Neuroscienze, Scienze riproduttive e Odontostomatologiche dell’Università di Napoli Federico II, direttore del Programma Infradipartimentale di Psicologia Clinica dal 2018

La pandemia da COVID 19 è un evento straordinario che marchia tragicamente la nostra epoca, per la sua globalità, per la gravità dal punto di vista sanitario; ma anche i risvolti psicologici, prima ancora di quelli economici o di altro tipo, sono e saranno estremamente significativi.

È inimmaginabile, naturalmente, poter toccare tutti gli aspetti possibili, vista la portata della crisi, ma provo a restituirvi i pensieri che il prof. Nelson Mauro Maldonato mi affida attraverso un cellulare, con voce rassicurante. Il professore parla sulla scorta delle esperienze che stanno facendo direttamente sul campo e dei racconti di coloro che si stanno rivolgendo al Servizio di Psicologia dell’Emergenza (una equipe di 8 bravissimi professionisti) attivato il 17 marzo scorso presso la facoltà di Medicina e Chirurgia della Federico II e che lui stesso dirige.

Il servizio è rivolto a tutti i cittadini che si sentono maggiormente vulnerabili a causa di questa emergenza. È contattabile dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 14.00, al numero 081.7463458, oppure attraverso una mail a: psicologiaclinica.medicina@unina.it (indicare un recapito telefonico).

Il sito del Servizio è:  http://www.psicologiaclinicamedicina.unina.it/emergenza-covid-19/

«Ciascuno di noi, professore, sta vivendo e reagendo a proprio modo alla pandemia e al conseguente lockdown. Quali sono, però, le attivazioni psicologiche ed emozionali comuni a tutti?»

«Ci troviamo di fronte a qualcosa di assolutamente inedito e se è vero che altre esperienze di psicologia dell’emergenza in diversi luoghi del mondo hanno aiutato a farci fare un’idea generale, questa da COVID 19 ha una sua singolarità: al di là dei sintomi immaginabili – pazienti riferiscono disagio, difficoltà nello stabilire un corretto ritmo sonno/veglia, angosce improvvise, panico, senso di costrizione, disturbi depressivi, compromissione della consapevolezza, pensieri di suicidio – sta accadendo qualcosa di nuovo nel corso della storia. Il mondo sta cambiando in maniera radicale: tale cambiamento riguarda il nostro modo di percepire il tempo. Il nostro orologio interiore, ovvero quello biologico e psicologico, non va in sincrono con l’orologio sociale.

Stiamo sperimentando tutti una condizione traumatica: quella di una metamorfosi del tempo. Si tratta di un cambiamento che riguarda tutti perché ogni essente è tempo. La nostra esistenza, che si è articolata sulle frontiere dell’apparenza, sul dover essere sociale, si sta declinando su una scena che ci vede attori e spettatori in una condizione di disagio straniante. Tutto ciò mi fa venire in mente l’immagine di uno spettatore che guarda al proprio virtuale naufragio in una specie di derealizzazione spaesante.

Assistere a questo dramma, a cui nessuno è estraneo, in cui siamo tutti egualmente coinvolti, ci dice qualcosa di completamente nuovo, che nulla sarà più come prima

«Da una parte si inneggia a uno spirito di unione e di solidarietà, seppur nella distanza, dall’altra ci si guarda con circospezione, ognuno è un probabile untore… ha un peso questa dicotomia?»

«Lei coglie un aspetto fondamentale. La distanza è ovviamente una dimensione necessaria, una precauzione da rispettare in modo rigoroso. Ma si è attivato un doppio movimento: da un lato ci auguriamo reciprocamente ogni bene e dall’altro l’elemento che emerge è la paura dei nostri simili, giustificata dalla necessità di difenderci rispetto al pericolo.

E, tuttavia, è tornato tra noi un ospite che merita tutto il nostro rispetto, tutta la nostra attenzione: la solitudine. L’elemento virtuoso di questa tragedia è la formidabile occasione che abbiamo di affrontare la questione del rapporto con noi stessi.

Stiamo smaltendo l’ubriacatura del fare le cose tutti insieme, sulla scorta di una presunta naturale propensione dell’uomo alla socialità, che fa sì che l’individuo si confonda nella folla, schiacciato dal conformismo e senza più la propria individualità – laddove invece la moltitudine organica è formata da tante singole esperienze, è disomogenea, asimmetrica, fatta di infinite diversità, di accordi divergenti.

Grazie a questo tempo di chiusura, stiamo entrando in contatto, appunto, con la questione, più fondamentale, a cui ho fatto cenno: la solitudine. Che non è una condizione di sofferenza e di tormento, ma che anzi è un’esperienza che attraversa i momenti cruciali della nostra esistenza, che può essere anche la precondizione per aprirsi alla relazione, per costruire un rapporto diverso con se stessi.»

«Cosa è utile fare ora?»

«Eviterei la banalizzazione, che spesso sta avvenendo attraverso i mass media, di dispensare consigli su come intrattenersi: io penso che la nostra vita non debba passare attraverso l’intrattenimento. Abbiamo il dovere di rispettare il tempo che ci è stato dato innanzitutto cercando di valorizzare la nostra interiorità. Grazie ai percorsi che ciascuno sceglie come più adatti a sé – la lettura, la meditazione, l’approfondimento di questioni che ci riguardano – possiamo riflettere e dare spazio a momenti contemplativi, di raccoglimento, che hanno un effetto emotivo e intellettivo formidabile. Naturalmente dire questo a uno sportivo, per esempio, è forse buffo ma, a volte, tutti noi dobbiamo fare di necessità virtù…

Il messaggio che stiamo cercando di far passare alle persone che ci contattano è la necessità di costruire innanzitutto uno spazio interno. Questo non vuol dire non tentare di stabilire con gli altri, coloro che fanno parte delle ordinarie relazioni – famiglia, conoscenti, colleghi – degli spazi di dialogo utili. Ma se non cerchiamo dentro di noi questo spazio, che può rivelarci le contraddizioni della nostra esistenza, i vincoli, ma anche le possibilità, la libertà, le necessità della nostra vita, rischiamo di bruciare questa straordinaria occasione di vivere in questa sorta di raccoglimento.

Solitudine è altro dall’isolamento. Dobbiamo rifuggire dalle forme della consueta relazionalità: sospendendo questo rapporto convenzionale-conformistico col mondo, possiamo riuscire a ricostruire le basi di una sicurezza dialogica, donando un senso nuovo alla nostra vita

«Quale sensazione rimarrà dentro di noi più a lungo, quando tutto ciò sarà finito?»

«Mi verrebbe da dirlo in termini quasi semipoetici: la sensazione di una ferita del tempo. Temo che avremo forme di lacerazioni che si rimargineranno solo se avremo usato utilmente questa pausa, questa epochè, questa sospensione, questa sorta di necessaria prigionia. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che Dostoevskij utilizzò il tempo del carcere in Siberia come un’eccezionale possibilità di concentrarsi su stesso; penso a Cervantes, che in una delle sue carcerazioni concepì il Don Chisciotte, penso a Nazim Hikmet, a Nelson Mandela… ma senza chiamare in causa menti eccezionali come loro, anche per noi, la possibilità di guarire questa ferita può essere una grande palestra, certo angosciosa, ma una grande palestra per risalire la china per una nuova relazione con le parti più profonde di noi stessi e con gli altri. La cicatrice potrà guarire solo riusciremo a non essere ostaggi dell’ansia, del fibrillare e dei transitori schemi di vita che ci si stanno imponendo in maniera coatta.»

«Relativamente alle relazioni sociali, quale, verosimilmente, sarà lo scenario futuro? E cosa sarà utile fare dopo

«Siamo consapevoli che anche le relazioni con gli altri non potranno essere più come prima; sperimenteremo una diversa comunicazione non verbale, base della cultura dell’abbraccio, tipica più del Mezzogiorno che del Nord, di un nuovo tipo: ci sarà una riconfigurazione perché la nuova sensibilità ci farà inizialmente mantenere le distanze. Ma non ho dubbi che la dimensione dell’umano, ovvero la propensione naturale, volontaria, altruistica verso l’altro, si imporrà nuovamente: insomma torneremo ad abbracciarci perché è nella nostra natura.

Poi ricostruiremo pian pianino il ritmo della nostra vita e il resto verrà. Questa crisi ha dimostrato che l’affaccendamento nevrotico di una vita che insegue se stessa in gesti privi di senso è inessenziale. Il mondo può andare avanti, per certi versi, anche senza affollarci tutti insieme come tante formiche impazzite in un sistema senza nessuna logica, o meglio che ha la logica di una tecnica pensata da altri… Un distanziamento dalla vecchia versione di noi stessi ci metterà nella condizione di una seconda nascita, individualmente e socialmente.»

«Vogliamo ricordare, professore, le categorie più a rischio, quelle più provate dall’emergenza sanitaria e dalla quarantena?»

«Non perché appartenga alla categoria, ma sicuramente chi si prende cura della società, i medici, gli infermieri, tutti coloro che sono in prima linea, e che dovrebbero avere la condizione migliore per poterlo fare. E poi i più fragili, gli ultimi, nel senso di coloro che sono in una stagione della vita che non è più quella della giovinezza. Una società che sia degna di questo nome deve farsi carico delle persone anziane, di coloro che per ragioni biologiche o di altra natura fanno fatica a vivere e che un tempo costituivano la risorsa fondamentale e oggi invece si reputano barbaramente sacrificabili

A rischio, a causa della quarantena, sono i pazienti psichiatrici, quelli oncologici che spesso non possono muoversi o rischiano di non far bene le cure, le persone che subiscono violenze domestiche, coloro che hanno disabilità fisiche o psichiche. In generale, particolarmente esposte sono le persone fragili, estremamente vulnerabili, prive della capacità di rispondere alle avversità della vita. Naturalmente non abbiamo ancora i dati di una situazione che in fondo è esplosa solo da un mese o poco più, lo potremo vedere ex post, ma abbiamo registrato molte chiamate, al nostro Servizio di Psicologia dell’Emergenza, da parte di persone che manifestano idee di suicidio.»

«Anche chi sostiene deve essere sostenuto… lei, professore, da cosa si sta facendo sostenere in questo periodo?»

«Ah… mi sostengono i libri, la musica e ovviamente il mio pianoforte che mi accompagna da sempre, con cui creo, compongo, eseguo. Sono certo che questa sospensione, anche se per me solo parziale, porterà molti a cercare le più diverse forme espressive. Si tratta di aprirsi a quelle zone profonde della mente e dell’anima per una sorta di redenzione dal male che si è costretti a fronteggiare. D’improvviso ci si trova travolti e sorpresi da strane alchimie generate dall’ispirazione che a volta si convertono in creazione

«Grazie, professore, e in bocca al lupo a lei e al suo team!»

Luciana Pennino