I dati

Ad oggi, 1° febbraio, i casi confermati in tutto il mondo sono 12024, di cui 11860 sono in Cina, gli altri distribuiti tra Thailandia (19 casi), Singapore (18 casi), Giappone (17 casi), Hong Kong (13 casi), 12 casi in Australia e Corea del Sud, Taiwan (10 casi), Malesia (8 casi), 7 casi in Germania, Macao e US, 6 casi in Francia e Vietnam, 4 casi in Canada ed Emirati Arabi Uniti, 2 casi in Italia, Russia e UK e 1 caso in Cambogia, Finlandia, India, Nepal, Filippine, Spagna, Sri Lanka e Svezia. 259 sono i morti e 252 i guariti. La situazione è in perenne evoluzione ed i numeri rispecchiano solo i casi pienamente accertati: per essere aggiornati in tempo reale sulla mappatura dell’epidemia e sulle informazioni che la concernono è buona norma affidarsi a piattaforme riconosciute, quali il sito di EpiCentro, portale di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità; il sito del Ministero della Salute; il sito di CDC, Centres for Disease Contro and Prevention; il sito dell’ECDC, Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie; il sito della WHO, Organizzazione Mondiale della Sanità, di cui fa parte la piattaforma EPI-WIN, WHO Information Network for Epidemics, che sarà attivata questa settimana; il sito del CSSE, Center for Systems Science and Engineering, della Johns Hopkins University, da cui sono tratti i dati riportati sopra.

Cos’è il Coronavirus?

I primi casi sospetti sono stati identificati tra la fine di dicembre 2019 e l’inizio di gennaio; il 9 gennaio 2020 il Centro per la prevenzione ed il controllo delle malattie cinese ha comunicato l’identificazione di un nuovo coronavirus, il Novel Coronavirus 2019-nCoV (in breve anche solo 2019-nCoV), fautore di numerosi casi di polmonite nella città di Wuhan.
In che senso “nuovo”? I coronavirus sono un genere di virus a RNA noti dagli anni ’60, rinvenuti per la prima volta nelle cavità nasali di pazienti affetti da raffreddore comune; il genere di questi virus include 4 sottogeneri, 24 specie e 38 sottospecie e di essi solo 7 ceppi sono patogeni per l’uomo: causano una percentuale significativa dei raffreddori comuni in adulti e bambini, ma anche infezioni respiratorie di maggiore gravità, com’è stato il caso dell’epidemia di SARS (Severe Acute Respiratori Syndrome Coronavirus, SARS-CoV) del novembre 2002, della MERS (Sindrome mediorientale respiratoria da Coronavirus, MERS-CoV) del 2012 o, appunto, dell’attuale polmonite di Wuhan, il cui virus presenta una corrispondenza genetica del 70% con quello della SARS. Il nome dei coronavirus dipende dal loro caratteristico aspetto apprezzabile al microscopio elettronico: la superficie esterna è ricoperta da una frangia di protuberanze proteiche che ricordano l’aspetto di una corona.
Riguardo la sua origine non c’è di che stupirsi: i virus emergono continuamente in natura, possono rimescolarsi tra loro ed acquistare, come il 2019-nCoV, la capacità di passare da una specie all’altra, anche se in questo caso non è ancora chiaro quali siano le specie coinvolte; due delle sue sequenze genetiche sono comuni ai coronavirus che infettano i pipistrelli, per questo si ritiene probabile che essi ne siano stati la fonte.
La letalità di questo virus, cioè la proporzione di decessi sul totale dei soggetti ammalati è pari a circa il 2-3%: nettamente inferiore rispetto a quella della SARS, per la quale, tra gli ammalati, a morire era una persona su dieci. Proprio per l’elevato tasso di letalità la SARS si è contenuta da sola col passare del tempo: se la maggior parte delle persone colpite muoiono, ad un certo punto le possibilità di contagio si riducono sino ad estinguersi. Diverso è per il 2019-nCoV: dato che solo una piccola percentuale di casi è mortale, esso ha più probabilità di estendersi. Non ci sono ancora dati ben definiti sulla durata del periodo di incubazione: pare corrisponda a circa dieci giorni e a circa due settimane corrisponderebbe invece il decorso della malattia. L’OMS ha stimato inoltre il tasso di contagiosità, definito dal numero R0 (letto R con 0), che corrisponde al numero di persone che può contagiare un soggetto infetto: sarebbe pari ad 1,4-2,5. Questo significa dunque che per ogni soggetto infetto ne possono essere contagiati 2 o 3; poco a confronto della malattia con il più alto tasso di contagiosità conosciuta: il morbillo, con un R0 pari a 15. Come avviene il contagio? Molto probabilmente solo tramite goccioline di saliva e starnuti, quindi è possibile prenderla solo mediante un contatto molto ravvicinato con le persone infette.

Come comportarsi?

Come abbiamo visto, è possibile contrarre il virus solo mediante il contatto ravvicinato con gli infetti: non c’è alcun motivo di pensare di poterlo contrarre acquistando prodotti realizzati in Cina, frequentando ristoranti cinesi o entrando in contatto con persone originarie della Cina: a meno che non vi siano state di recente, così come un qualsiasi occidentale potrebbe aver fatto, non sono più contagiose di chiunque altro. Assumere comportamenti discriminatori in situazioni epidemiche come questa contribuisce ad alimentare lo stigma: stigmatizzare le persone orientali per paura non solo è inutile e fallace, ma anche controproducente per la nostra salute. Con il virus dell’AIDS è stato dimostrato che lo stigma facilita la diffusione della malattia: le persone stigmatizzate, in quel caso omosessuali e tossicodipendenti, temono di mostrarsi per paura di essere vittime di emarginazione e, così facendo, sono meno propense a farsi curare; d’altro canto, i non stigmatizzati, tendono a ritenersi del tutto immuni, quando non è affatto detto che lo siano. Perciò, in questo caso è importante contenere ogni forma di psicosi collettiva, che si tratti di atteggiamenti estremi o di teorie complottiste (per quale ragione dovremmo pensare ad un virus prodotto in laboratorio se la riproduzione virale è normale in natura?!): per difendersi dal contagio è sufficiente prendere le stesse precauzioni che si prenderebbero per evitare l’influenza, prestando molta attenzione al lavaggio accurato delle mani. Ad oggi, in Italia, non c’è alcuna ragione per evitare mezzi pubblici o luoghi affollati e l’utilizzo della mascherina, secondo l’OMS, è necessario se si hanno sintomi respiratori e se ci si prende cura di persone che ne manifestano; in tutti gli altri casi è inutile. Se si ritiene di essere affetti dalla malattia è molto importante non recarsi al pronto soccorso in prima persona, per evitare possibilità di contagio: è stato attivato il numero di pubblica utilità 1500, attivo 24 ore su 24, a cui operatori sanitari sapranno rispondere a dubbi e consigliare cosa fare. Per eventuali viaggi nei luoghi maggiormente coinvolti dall’epidemia è consigliato controllare la piattaforma Viaggiare Sicuri, gestita dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Fare l’antinfluenzale prima di partire è consigliato, ma non perché questa protegga dal coronavirus: il vaccino contro l’influenza non ha alcuna utilità contro il 2019-nCoV, ma è utile per prevenire eventuali falsi allarmi, dovuti ai sintomi influenzali.

E il vaccino?

Pur dovendo evitare un eccessivo allarmismo, è necessario mantenere alta l’attenzione. L’OMS ha dichiarato l’emergenza internazionale non perché ritiene che moriranno tutte le persone infette a livello globale, ma perché il contagio obbliga gli infetti alla quarantena e più sono gli infetti, più sono le persone in isolamento che non potranno continuare a svolgere la propria attività lavorativa: impedire la diffusione della malattia è indispensabile per non rischiare che ne risentano il sistema e i servizi. Proprio a questo fine il 31 gennaio, in Italia, il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria ed il Governo italiano, dopo i 2 casi confermati a Roma, ha ritenuto opportuno interrompere il traffico aereo con la Cina. Queste le parole del ministro della Salute, Roberto Speranza: “sul nuovo coronavirus vogliamo dare un messaggio di assoluta serenità. Il Servizio Sanitario Nazionale è molto forte, abbiamo scelto fin dall’inizio di avere un livello di attenzione che è il più alto in Europa. […] l’OMS ha riconosciuto pubblicamente che siamo quelli con il più alto livello di vigilanza e di salvaguardia delle persone.” Dopo l’Italia, anche gli Usa, Singapore e l’Australia hanno interrotto i voli. L’ipotesi più auspicabile per il contenimento della malattia sarebbe una riduzione del contagio tale da fare in modo che la possibilità di contrarla si riduca progressivamente. Sperare in un vaccino da un momento all’altro, infatti, è poco realistico: anche se se ne trovasse uno, sarebbero necessari mesi di sperimentazioni, prima su animali e poi su esseri umani, per poterlo utilizzare. In ogni caso, le ricerche sono iniziate: tutti i centri di ricerca hanno la possibilità di collaborare condividendo i propri risultati su database internazionali, gli stessi su cui la Cina ha condiviso il genoma del virus subito dopo averlo isolato. Ad oggi, il laboratorio dell’Istituto “Peter Doherty” per le infezioni e l’immunità dell’Università di Melbourne, in Australia, è stato l’unico, fuori dalla Cina, a far crescere il virus per studiarlo, dopo averlo isolato da un soggetto infetto. Sono almeno cinque le aziende che nel mondo occidentale stanno lavorando al vaccino, una è in Italia: lo Shanghai East Hospital dell’Università Tongji si è detto pronto a sviluppare un vaccino in collaborazione con l’azienda Stermirna Therapeutics; poi è stata la volta di una delle maggiori autorità internazionali nel campo dei vaccini, Anthony Fauci, direttore dell’Istituto americano per le malattie infettive (Niaid) dei National Institutes for Health (Nih); in Italia si è attivata l’azienda di biotecnologie Takis, di Roma.

Per concludere citiamo una raccomandazione dell’OMS, che nel suo ultimo post di Instagram scrive: “This is the time for facts, not fear. This is the time for science, not rumours.” (È il momento dei fatti, non della paura. È il momento della scienza, non delle dicerie).