Magari fosse possibile seguire lezioni da casa e non andare tutti i giorni all’università”. Quante volte nella testa degli studenti è passato questo pensiero. Forse banale, forse desiderio nemmeno così reale, ma sicuro veicolo di insoddisfazione; figlio delle turbolenze di una quotidianità fatta di scadenze, ansie, ritardi e mezzi di trasporto affollati.

Tutto questo sembra appartenere ormai ad un tempo passato, che tuttavia è lontano solo un mese fa – quando la fine delle sessioni d’esame veniva bruscamente interrotta da una parola da libri di storia: epidemia. Il Coronavirus – e la sua diffusione pandemica – ha stravolto a poco a poco la vita economica e sociale prima della Cina, poi dell’Italia e ora dell’intera Europa. Eppure ci sono alcuni settori che devono sopravvivere per forza – sanità e agricoltura in primis. Ce ne sono poi degli altri, che pur non offrendo alla comunità beni di prima necessità nell’immediato, hanno l’urgenza di reinventarsi. L’università ad esempio, così come l’ambito dell’istruzione in genere, sfruttando quella che è la cifra delle giovani generazioni: la tecnologia. Sedute di laurea via skype, teleconferenze, ricevimenti e lezioni telematiche – è arrivata dunque la tanto agognata rivoluzione che tutti si aspettavano? Intanto, i primi numeri che arrivano dalle università italiane in questa parvenza di ripresa delle lezioni, dicono che gli oltre 70mila studenti della Federico II di Napoli e dell’Università di Torino stanno seguendo telematicamente le lezioni – o quantomeno ne hanno la possibilità. Così pure i 7mila della LUISS di Roma.

È troppo presto per dire se tutto ciò sia un bene o un male, per il momento è solo necessario. Forse c’è da chiedersi cosa si lascerebbe per strada se anche dopo la fine della pandemia si continuasse ad alimentare lo studio accademico solo e soltanto con l’uso di internet. Le multinazionali dell’informatica potrebbero acquisire molto più potere di quanto non ne abbiano già, basti pensare alla deformazione sistematica dell’opinione pubblica attuata sui social network. Si perderebbe il contatto con colleghi e professori, che almeno in teoria dovrebbero essere quel tramite per accedere al sapere, per appassionarsi e per una condivisione non solo digitale. In sostanza, ogni studente – che è pur sempre un essere umano – aggiungerebbe un altro mattone all’edificio dell’isolamento che gli si sta costruendo intorno.