Il 15 giugno è stata inaugurata la mostra delle opere della Scuola di pittura Ramié, presso la Fonoteca di Napoli, in via Morghen 31.

L’istallazione intende omaggiare Vincenzo Irolli (1860 – 1949) , artista napoletano attivo a cavallo tra la fine dell’800 e la Belle Epoque, velocemente archiviato dalla storia dell’arte e affossato dalla critica a lui contemporanea, a causa della sua ispirazione troppo distante dalle nascenti correnti dell’avanguardia futurista.

Silvio Pirillo – il maestro della Scuola Ramié che ha sede nel quartiere Arenella, in via Marino e Cotronei,1 B – ha posto al centro del progetto questo autore per rivendicarne il genio, tutt’oggi non completamente riconosciuto. Per fare questo ha chiesto ai suoi allievi di reinventare le opere di Irolli, utilizzando i suoi soggetti e modificandone le tecniche di riproduzione.

In tanti hanno aderito alla sfida, ecco i loro nomi in ordine rigorosamente alfabetico: Paola Anatrella, Domenico Caiazza, Anna Maria Capuozzo, Marcella De Sarno, Maria Guidino, Giulia Guidotti, Rita Mariniello, Fiorella Nieto, Sonia Petacca, Maria Piantedosi, Nino Pizzichemi, Claudia Romano, Francesco Santonastasi.

Ognuno di questi artisti, oltre al maestro, ha selezionato un dipinto dell’Irolli riproducendolo in maniera creativa, apportando modifiche della tecnica pittorica, selezionata tra le molteplici che si insegnano alla Scuola Ramié.

Ma il progetto va oltre. Le riproduzioni appaiono velate da un sottile foglio trasparente che ne lascia libero un solo rettangolo. L’immagine originaria è facilmente deducibile attraverso il velo e quest’ultimo ha principalmente un significato simbolico.

Il velo che cela parzialmente l’opera allude alla natura reticente del popolo napoletano; noi diremmo “scornosa”; ma anche e soprattutto alla colpevole volontà, spesso perpetrata contro di esso, talvolta perfino dagli stessi napoletani – come lamentava già Nino Taranto – , di sottovalutare e perfino disconoscere il genio dei suoi figli. Una volontà di cui ogni vero napoletano si duole quando, nella melensa retorica nazionale, la città della Sirena viene sempre e solo nominata per i suoi misfatti, amplificati e centuplicati in un’eco che tenta di inghiottire tutta la sua bellezza.

Non si vuole rappresentare, dunque, la Napoli velata “per iniziati”, come quella del meraviglioso film di Ferzan Ozpetek, ma la Napoli volutamente nascosta o rinnegata. Tuttavia, ci avverte il maestro Pirillo, il velo non è sufficiente a negare la bellezza. C’è sempre uno squarcio da cui emerge la sua irresistibile consistenza che il velo si dimostra incapace di contenere.

Si tratta di un messaggio fortemente condivisibile da tutte quelle forze culturali che mirano al rilancio della città, attraverso la scoperta e la riscoperta dei suoi geni e dei suoi miti.

La Scuola Ramié si colloca a pieno titolo tra le molteplici iniziative cittadine che danno vita al fermento culturale di rinascita collettiva che si dipana da un capo all’altro della città, toccando il centro come la periferia, i quartieri collinari come quelli di “giù Napoli”.

La mostra di innegabile suggestione sarà visibile, presso la Fonoteca Vomero, fino al primo luglio.