Il caro e vecchio termine “condividere”, oggi prevalentemente usato (ed abusato) in riferimento all’azione di pubblicare su blog, social network e programmi di messaggistica istantanea contenuti strettamente personali, si configura sempre più chiaramente come il perno di un vero e proprio equivoco semantico e culturale.

Ecco il significato originario del termine, riportato dal dizionario “Treccani” on line:

Condivìdere v. tr. [comp. di con- e dividere] (coniug. come dividere). – Dividere, spartire insieme con altri: il patrimonio è stato condiviso equamente tra i fratelli. Anche, avere in comune con altri: c. l’appartamento; più spesso fig.: condivido pienamente la tua opinione; non condivideva le mie idee; condividono la passione per la montagna.

Siamo sicuri, quindi, che, rispetto a tale definizione, “condividere un patrimonio”, ossia il suddividere qualcosa di unitario a beneficio di più persone, “condividere un appartamento”, ossia l’accettare di sacrificare parte del proprio spazio personale in virtù di una convivenza, e il “condividere opinioni”, in un processo di ascolto e negoziazione, siano accezioni capaci di trovare sbocco nell’uso prevalente di questo termine, al giorno d’oggi?

E’ sopravvissuta, secondo voi, in queste pratiche, quell’intenzione che sgusciava, furtiva e sbriciolata, dalla tasca di uno zainetto, all’intervallo, con le sembianze ora di una fetta di crostata, ora di un pacchetto di salatini (o di quello che ne rimaneva) da concedere, non senza quella remota e colpevole speranza di un rifiuto? Ritroviamo, adesso, quel tempo rubato alle mille incombenze genitoriali, solo per spiegarci come annodare un laccio delle scarpe, in modo che non si sciogliesse più, così, così, e poi così e così?

Dov’è finito il senso di “rinuncia”, di “ sottrazione”, una volta elemento necessario per poter parlare di condivisione?

Siamo sicuri che, nel “condividere” una foto scattata a se stessi, allo specchio, dopo un’intensa sessione di tolettatura, risponda a quello stesso senso di sacrificio, di diminuzione del sé e di privazione?

Lo cerco. Dovrà pur esserci, da qualche parte. Altrimenti, a che cosa si dovrebbe la scelta del termine “condividere”?

E allora penso. La rinuncia alla privacy ed, in molti casi, alla dignità, potrà mai restituire alle condivisioni di oggi il suo antico sapore e riabilitare il termine “condividere” al suo significato originario?