Da oltre dieci giorni, ormai, non esce più di casa.

Si divide tra la tastiera di un PC e lo schermo di un cellulare, ma non disdegna mai un buon libro in carta e inchiostro.

Anche l’istruzione, ormai, pare segua alla lettera il motto “Io resto a casa”.

Già, perché il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 04 marzo 2020, relativo alle misure urgenti da adottare in risposta all’emergenza da COVID-19, lo ha detto chiaramente a tutta la popolazione: attività didattiche sospese e formazione a distanza.

Intuibile il protrarsi del divieto ben oltre il 15 marzo, data indicata dal decreto: sarebbe stata assurda, altrimenti, la richiesta del Governo di stravolgere strategie ed abitudini didattiche per appena nove giorni netti di scuola (che sarebbero scesi a sette, per le scuole chiuse il sabato). Solo cinque giorni dopo, infatti, con un nuovo decreto, si sarebbe deciso di prolungare la sospensione delle attività didattiche fino al giorno 03 aprile 2020.

Piattaforme, app didattiche e forum di scambio sulle buone pratiche pedagogiche: i siti del MIUR sono diventati, nel giro di poche ore, miniere di link a favore di un insegnamento quotidiano dagli strumenti innovativi e flessibili, e che ha accettato la sfida di dematerializzarsi, senza, però, dematerializzare le idee.

Lo sto vivendo in prima persona, da docente: riunioni di dipartimento in videoconferenza, slide scritte a quattro mani con i colleghi, piattaforme didattiche condivise con ragazzi e docenti.

Ma poi, nel pieno di un confronto didattico-cibernetico, avvenuto con una delle mie classi, una ragazza scrive: “ci promettete che, ogni tanto, ci farete sapere se state bene?”.

Spengo il pc, metto il tappo alla biro, chiudo la bocca spalancata della mia cartellina.
Fermo tutto.
E inizio a pensare che, questi “compiti per la quarantena”, se mai avessi potuto aspettarmeli, non me li sarei proprio immaginati così.

È vero: quello allo studio è un diritto, non c’è pandemia che tenga, ma è anche un diritto ricevere una formazione “umana, coerente con il contesto in cui si è immersi, per evitare un mix letale di frustrazione, confusione, alienazione.
La realtà ci dice: “state a casa. E non vivetela come una costrizione, ma come un’opportunità”.

E, allora, facciamo uscire anche la scuola, dalle aule (virtuali e non), insieme agli alunni. Facciamola ritornare in quell’ambiente protetto, quale è la casa, quel prato su cui le nostre conoscenze hanno mosso i loro primi passi, incerti, ma affrettati. Facciamola alzare dai banchi, la scuola, e lasciamola oscillare sulla sedia a dondolo della nonna, o sulla sdraio tirata giù dall’armadio, per propiziare la primavera.

E (continuate a farmi sognare, ve ne prego) diamo agli alunni di tutta Italia un unico decalogo.

Dieci soli punti come compiti per la quarantena.

1. Imparate ad aspettare la risposta, quando chiedete “come stai?”.
2. Fatevi insegnare dai nonni a fare il pane.
3. Attendete, di nascosto, che arrivino dei passerotti sul vostro davanzale. Fotografateli, se potete.
4. Fatevi raccontare dai vostri genitori come si siano conosciuti.
5. Immaginate qualcosa che avreste sempre voluto imparare a fare, e fatela.
6. Affacciatevi al vostro balcone. Domandatevi da che parte soffi il vento.
7. Mettete in ordine casa, trovate una videocassetta, e fatevi spiegare cosa sia.
8. Ricordatevi di dire “buonanotte” ai vostri genitori ogni sera, prima di andare a dormire.
9. Chiedete ai vostri genitori se ricordano cosa avrebbero voluto fare da grandi.
10. Disconnettetevi da qualsiasi cosa per un’ora e, per quell’ora, annoiatevi.

Ecco.
E, adesso, svegliatemi pure.
E chiedetemi di dare davvero questo decalogo, ai miei alunni.
Lo farò. Ve lo prometto.