Nei cinque brevi racconti scritti da Ferdinando Cimino, ritroviamo le radici della nostra civiltà

Leggendo il libro di Ferdinando Cimino, ‘Come se niente fosse accaduto’, potremmo pensare di trovarci di fronte ad una successione di storie e leggende che ancora oggi gli anziani raccontano in quei villaggi della Sardegna dove il tempo sembra essersi fermato. Lo stesso autore ha sottotitolato il libro ‘Racconti di una Sardegna senza tempo’. In parte è certamente vero, i cinque brevi racconti sono ambientati tutti nel territorio montano di Perdasdefogu; ma Cimino, nella quarta di copertina che presenta il libro, già ci svela che in realtà potrebbero essere ambientati in ogni villaggio del mondo perché richiamano “archetipi lontani che sembrano riproporsi nei secoli, senza tempo, in luoghi senza nome…”. Ed ha ragione. Tuttavia le descrizioni nei suoi racconti, essendo ambientati in Sardegna, ci riportano ad una civiltà in particolare: quella mediterranea; ed è ad essa che le storie narrate sono inevitabilmente legate. Gli archetipi di cui parla Cimino non dobbiamo cercarli lontani nello spazio, ma piuttosto nel tempo. E allora ecco che la romantica storia di Annina e Salvatore, con cui l’autore inizia il libro, la ritroviamo in quella che si narra da oltre due millenni con i nomi  di Protesilao e Laodamia: Salvatore viene chiamato alle armi con l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, mentre Protesilao è costretto a lasciare la sua amata per salpare con la navi Achee dirette a Troia, e se Annina per assaporare i baci del suo sposo si affida all’”Abba ‘e fonti” (‘Acqua di fonte’) del titolo, Laodamia per essere sempre accanto al suo uomo ne fa una statua di cera. E che dire della “terrificante immagine di Sa Filonzana”, esposta tra le maschere di Tziu Nerinu, che in “Launeddas” (uno strumento musicale a fiato originario della Sardegna) tanto spaventa i bambini in quanto “filatrice del destino” degli uomini e custode di quell’esile filo che recide la nostra vita? Non vi ricorda le dee del fato che decidevano quando tagliare il filo della vita degli antichi Greci, che tanto le temevano e le conoscevano sotto il nome di Moire? Ancora l’antica civiltà mediterranea che emerge tra le righe dei racconti di Cimino e che ritroviamo in ogni pagina. Anche in “Sa Coga” (‘La strega’), un racconto che ci porta in atmosfere horror degne di E.A.Poe e H.P.Lovecraft, e che potrebbe farci immaginare scenari di tipo anglosassoni, Delfina, uno dei personaggi principali, si nutre di fichi, formaggio e latte di capra: gli stessi alimenti con cui si sfamano Ulisse e i suoi compagni nell’Odissea. E poi c’è la presenza costante del Maestrale, che sferza gli alberi e al cui “passaggio per gli angusti vicoli del paese, le case s’illuminavano di fiammelle tremanti”, a ricordarci che anche se queste storie per spaventare i bambini esistono in ogni cultura, siamo sempre nell’antico bacino del Mediterraneo, e  “Sa Coga” affonda le sue radici nello stesso terreno in cui troviamo la spaventosa Lamia, che terrorizza i bambini in Grecia fin dai tempi di Omero, piuttosto che in quello della Strega di Wookey Hole. Nel quarto racconto, “Sa Giura”, troviamo quel senso dell’onore che in uomini di altri tempi non andrebbe mai tradito, e che porta un gruppo di pastori sardi ad unirsi con un giuramento sacro che invoca la giustizia divina a protezione di tutti loro. Un senso dell’onore simile a quello che portò gli Achei a Troia per rispettare un giuramento. Ma in “Sa giura” c’è anche quel forte elemento religioso sempre presente nelle civiltà mediterranee e che impregna anche l’ultimo racconto: “Sìada frisca s’anima tua” (‘Sia fresca l’anima tua’) una storia tenera che, una volta finita di leggere, sembra  voler accompagnare il lettore a chiudere malinconicamente l’ultima pagina. Cimino dice di aver appreso queste storie dagli anziani del paese, e ce le racconta così come gli sono state riportate: in modo semplice, con uno stile narrativo talmente scorrevole che ti porta a leggere il libro tutto in una volta; lo ha scritto senza essere mai banale, e in una forma che anche un bambino delle elementari comprende senza avere necessità di consultare un vocabolario. Ma a chi ormai non è più un bambino, non sfugge che i racconti di Cimino sono impregnati di quell’antica civiltà mediterranea su cui si basa l’intera cultura occidentale. Tramandati da millenni come miti, questi racconti eterni sono la base e l’identità della nostra cultura, e continuano ad esserne parte fondamentale. Cimino con questo libro ci invita a non dimenticarlo, e a ricordare che queste storie sono un patrimonio della nostra cultura, perciò vanno custodite e tramandate com’è stato fatto per secoli, e non devono essere disperse o dimenticate in nome del progresso o della globalizzazione. Tra le tante possibili storie, l’autore ne ha scelte cinque che raccontano aspetti diversi dell’antica cultura mediterranea, ed ha immerso i personaggi in elementi che contraddistinguono la civiltà mediterranea: le preghiere quasi sussurrate, le chiese, i dettagli di artigianato, il latte di capra, i formaggi, i fichi e i melograni, accompagnano da millenni le storie e i miti che i nostri avi ci hanno tramandato e che sono alla base della nostra civiltà. Ognuno di questi antichi miti che ha attraversato i secoli ed è arrivato fino a noi, ora come allora porta dentro di sé la sensazione di eterno, di immortalità e di immutabilità. Proprio “Come se niente fosse accaduto”. “