A distanza di un secolo, nell’agosto del ’73, Napoli fu di nuovo colpita da un’epidemia di colera. Tredicimila vittime nel 1837, settemila nel 1883, la città ripiombò nell’incubo di un ulteriore strage.

Il virus del colera partì da Torre del Greco e da lì si estese nel capoluogo campano; con l’epidemia si diffuse il terrore nella popolazione, soprattutto considerando che San Gennaro era venuto meno nel suo ruolo di protettore non sciogliendo il miracoloso sangue il 19 settembre.

Tempestiva fu la campagna di vaccinazione, attuata non solo dall’ospedale Cotugno (dove si contarono circa mille ricoveri) ma anche per le strade cittadine. File chilometriche attendevano la miracolosa puntura.

In meno di dieci giorni furono vaccinati un milione di napoletani, fu la più grande operazione di profilassi del secondo dopoguerra.

La causa dell’infezione venne individuata nel consumo di cozze al cui interno si annidava il vibrione; considerate “pattumiere del mare per la loro azione filtrante, furono vietate alla vendita.

Gli abitanti di Santa Lucia e del Pallonetto, che fino ad allora avevano tratto mezzi di sostentamento dalla mitilicoltura, si diedero al contrabbando, iniziò la cosiddetta “guerra delle cozze” tra popolani e Guardia di Finanza.

Si decise anche di interrare la famosa Fonte del Chiatamone, la cui acqua sulfurea, raccolta in apposite anfore di creta, lemummarelle“, veniva venduta dagli acquafrescai nei tanti chioschetti cittadini.. Tale acquasuffregna si riteneva avesse effetti benefici, tra i quali la guarigione dai dolori di ulcera.

Le autorità sanitarie nutrirono seri dubbi sulla tenuta igenica delle mummarelle e fu vietata la vendita delle acque medicamentose le quali, a causa della loro composizione, non potevano essere imbottigliate.

Con le cozze, anche questa secolare e fruttuosa attività commerciale si estinse nel giro di pochi giorni.

Molte dicerie si diffusero in questo periodo, molti pregiudizi furono dovuti a una cattiva stampa che fece circolare false notizie non documentate. Ancora oggi, sebbene il virus sia stato debellato (si registrarono in tutto solo ventiquattro decessi) ai napoletani è rimasto addosso il marchio di essere “rozzi e luridi “. Sono pochi coloro che, invece, ricordano la tempestività del governo locale di arginare presto la diffusione del morbo.

In realtà il contagio, che macchiò in modo infame i napoletani, venne da fuori, da una partita di cozze importate dalla Tunisia.

Da questa ingiusta accusa nacque nel settembre del ’73 la bella poesia di Eduardo DE Filippo: “L’ Imputata” .

“Cara còzzeca, tu staie ‘nguaiata”,

dicette ‘o magistrato. ” ‘o fatto è chisto, ccà nun te salva manco Giesu Cristo: o l’ergastolo, o muore fucilata,

Qua ci sono le prove, figlia mia.

Tu hai portato il bacillo del colera:

la tua presenza è una presenza nera,’a ggente more all’erta mmiez’ ‘a via.

Che dici a tua discolpa? ” “Ecco, vedete…

Là sotto, Presidè, pare l’inferno!

Chello c’arriva, a cozzeca se mangia: si arriva mmerda, arriva dall’esterno”.

Annamaria Pucino