Il 20 agosto 1943, qui a Benevento, verso le ore 14:00 a casa dei miei nonni in via Vittorio Veneto, una delle strade laterali un po’ prima della Stazione centrale, aveva luogo un’animata discussione. Nonno Michele avrebbe già dovuto essere nel suo ufficio di Capo Gestione in Ferrovia ma, quel giorno, nonna Ersilia aveva tardato a preparare il caffè…..Vergogna! Tremenda vergogna! Che figura avrebbe fatto con gli altri impiegati, lui che era sempre stato preciso e puntuale? Come avrebbe potuto continuare a dare il buon esempio? Intanto mia madre, poco più che sedicenne, affacciata alla finestra della sua camera, con il braccio destro alzato e l’indice puntato verso il cielo, indicava al fratello, mio zio Tonino allora dodicenne, il gran numero di aerei dell’esercito alleato che passavano ripetutamente volando a media quota, scintillanti sotto i raggi infuocati del sole di agosto e diretti verso la Stazione. Tutto sembrava tranquillo, a parte i brontolii del nonno, ma ad un tratto si udirono scoppi violenti ed assordanti. Improvvisamente quegli aerei che creavano uno spettacolo magnifico nel cielo e che sembravano così innocui, iniziarono a sganciare bombe che lasciarono cadere nella zona della Stazione dove tre treni (tra cui quello diretto a Foggia e quello per Napoli) si erano fermati mentre molte persone erano salite e si apprestavano a partire. Fiamme altissime avvolsero i vagoni ed intanto gli edifici della Stazione ed i palazzi limitrofi crollavano al suolo tra nugoli di polvere e denso fumo che saliva diritto e scuro verso il cielo. Dall’altra parte della città si capì che stava accadendo qualcosa di terribile e la gente, scesa in strada, cercò di raggiungere di corsa la Stazione alla ricerca di parenti ed amici di cui voleva avere notizie ma si trovò di fronte ad un massiccio cordone di soldati schierati dopo il Ponte Calore, all’inizio di viale Principe di Napoli, che cercavano di impedire il passaggio. Il blocco fu forzato, la Stazione raggiunta ed ebbe inizio la prima delle stragi che si sarebbero susseguite in quei giorni con tantissimi morti. I numerosi feriti furono ricoverati nell’Ospedale Sacro Cuore di Gesù (il Fatebenefratelli), nell’Ospedale San Giovanni di Dio (all’angolo dell’attuale via Ennio Goduti) e nelle sale del Collegio La Salle. Clinici illustri (i cui figli hanno seguito le orme diventando importanti e bravissimi medici) prestarono immediatamente opera di soccorso senza risparmiarsi, aiutati dalle infermiere della Croce Rossa e dalle Suore Figlie della Carità. Tra i palazzi che furono distrutti dai bombardamenti c’era lo stabilimento della Ditta Alberti, luogo di produzione del famoso liquore Strega. Nei giorni precedenti, i titolari avevano pensato di chiedere all’Arcivescovo Mons Mancinelli di custodire nel Duomo alcune cisterne contenenti alcool destinato alla produzione dl liquore; l’Arcivescovo aveva acconsentito e questo evitò una strage di proporzioni maggiori perché l’alcool, colpito dalle bombe, avrebbe prodotto incendi ancora più forti e devastanti. La zona del Duomo, quindi il cuore della città, fu poi teatro dei bombardamenti che avvennero dal 12 al 14 settembre dello stesso anno ed allora il Duomo fu colpito e quasi completamente distrutto mentre il Palazzo arcivescovile fu gravemente danneggiato. Questo accadde quando gli Alleati colpirono il Ponte sul fiume Calore. Parecchi anni dopo, mio zio Tonino che da bambino aveva inconsapevolmente assistito dalla finestra della casa dei miei nonni al primo bombardamento, partecipò con i suoi progetti di Ingegneria alla ricostruzione della Cattedrale. Sono trascorsi 77 anni dal 20 agosto 1943 ma il ricordo di tutto quello che accadde è sempre intatto in chi ha vissuto quei momenti terribili. Non ho mai saputo se mio nonno sia poi riuscito a bere il suo caffè ma quello che è certo è che un caffè gli ha salvato la vita. Mia madre e mio zio furono prontamente mandati in campagna, presso alcuni compari di famiglia, dove sarebbero stati più al sicuro mentre i nonni rimasero coraggiosamente a guardia della casa fino a quando fu loro possibile. Alla distruzione, infatti, si aggiunsero gli episodi di saccheggio e più volte mio nonno vide persone che rovistavano tra le rovine dello stabilimento Alberti per portare via tutto quello che potevano. Una mattina scorse una donna che conosceva riemergere da un buco tra le macerie; la donna stringeva due bottiglie di liquore e lo salutò dicendo :”Don Michè’, buongiorno! Avete visto cosa è successo? Come faremo a sopravvivere a tutto questo?” e mio nonno, con lo sguardo severo, ironicamente rispose: “Sono sicuro che il liquore vi aiuterà!” La donna corse via a testa bassa, senza lasciare il suo prezioso tesoro. Un po’ prima dei bombardamenti di settembre, i Tedeschi che giravano da padroni per la città, riuscirono ad aprire la porta del negozio di mio padre che allora si trovava a Piazza Orsini, accanto al Duomo,  e si divertirono a distribuire cappelli a tutte le persone che passavano per la strada. Il padre di un amico di mio padre, un dottore che aveva l’abitazione vicino al negozio, da un balcone assisteva allo scempio con la disperazione nel cuore; avrebbe voluto intervenire, fare qualcosa ma, di fronte alla furia dei Tedeschi, niente gli fu possibile. Anche mia nonna fu protagonista di un episodio legato ai saccheggi di quel triste periodo. Di fronte alla sua abitazione viveva una donna molto povera che non possedeva quasi nulla, solo un misero giaciglio di crine vegetale per dormire ed una fornacella mezzo arrugginita per riscaldare il cibo che qualche vicino riusciva caritatevolmente a portarle. Per un destino beffardo o, forse, perchè i genitori avevano voluto augurarle un’esistenza migliore della loro, si chiamava Abbondanza. Mia nonna Ersilia, disponendo fortunatamente di carne in scatola, cioccolata, caffè, biscotti ed altri viveri forniti da mio zio Claudio, comandante pilota dell’Aeronautica militare, divideva il tutto con lei e con le altre persone che abitavano vicino perché non avrebbe mai avuto il coraggio di consumare tali beni da sola, sapendo delle brutte condizioni delle altre famiglie. Dopo un po’ di tempo dal primo bombardamento, la situazione diventò estremamente difficile e pericolosa, la casa fu colpita dalle bombe e crollò per metà ed i nonni furono costretti ad abbandonarla ed a rifugiarsi in campagna. Quando fu possibile ritornare, i mobili erano in mille pezzi sotto le macerie, il corredo e l’argenteria erano stati rubati ma i nonni non si persero d’animo e cercarono subito di fare del loro meglio in modo che la vita potesse riprendere come prima. La nonna continuò a dividere i viveri con i vicini ed un giorno, recandosi a casa della signora Abbondanza, si sentì dire : “Donna Ersilia, ma cosa posso fare per voi? Come posso ricambiare tutte le vostre gentilezze? Ho appena preparato il caffè, fatemi almeno l’onore di berne un poco in mia compagnia!” La nonna accettò per farle piacere ma lo stomaco le si chiuse improvvisamente quando si vide presentare un vecchio bicchiere sul cui piattino era posato uno dei cucchiaini d’argento di quello che era stato il suo servizio. Lentamente la vita riprese il suo corso ma nonna Ersilia continuò sempre ,negli anni seguenti, ad occuparsi, nonostante tutto, della vicina. Ricordo che quando ero ancora bambina ogni domenica, prima di sederci al tavolo per pranzare, mi faceva andare a casa della signora per portarle quello che avremmo mangiato anche noi. Non mancava mai un piccolo bricco con il caffè ed a me che chiedevo :”Nonna, perché mandi sempre il caffè alla signora Abbondanza? Forse, così povera com’è, non ha nemmeno una tazzina per poterlo bere!”, rispondeva :” Si, ma ha dei bellissimi cucchiaini d’argento per zuccherarlo! Diamole la possibilità di usarli in modo che non rimangano inutilizzati!”       Questa era la Benevento del 1943 che, come la mitica Fenice, riuscì miracolosamente a rinascere dalle proprie ceneri per affrontare, con grande coraggio, il difficile periodo del dopoguerra che seguì!

Scritto dopo aver consultato gli articoli pubblicati sul quotidiano “Il Mattino” , dopo aver ascoltato le testimonianze di mia madre e ricordando episodi della mia infanzia.

Racconto inviato dalla nostra amica Graziella Bergantino.