Sono le folle oceaniche quelle che annunciano funerali di grandi uomini, riempiendo piazze, sagrati, chiese. Uomini che hanno lasciato il segno, che non hanno un inizio e una fine perché l’immortalità non conosce il nostro tempo.

A Napoli, una folla oceanica è confluita come un mare, un anno fa, nella piazza del Plebiscito, senza un accordo preventivo, per un appuntamento convenuto, guidata da un unico istinto, un impulso, un dettato interiore.

Eccolo il saluto di tanti, il saluto della città a un grande, ritmato sulle note di una sua canzone sussurrata piano in una notte sterminata come il cielo che abbraccia nuovi orfani in cerca di asilo in un ricordo collettivo.

Interprete grande, cantautore grande, musicista grande. Ognuno ne ha una misura diversa, ognuno compone in modo differente la colonna sonora della sua vita.

Eppure Pino Daniele ha colmato ogni distanza tra alto e basso, musica colta e popolare, giovani e vecchi, la sua Napoli arrabbiata, in crisi da sempre e la Napoli che partorisce ogni giorno un sogno di rinascita.

La sua assenza adesso è presenza, a questa folla basta la sua musica, la nostalgia non è per l’artista che non c’è più, perché mai come ora lui è in mezzo a noi.

La nostalgia è per quell’ultima canzone che aveva forse nel petto e che non potremo più ascoltare.

La folla nella piazza appare compunta e diversa, si distinguono volti e accenti, modi di essere e di fare differenti, ma questa folla ha il suo collante in un’unica voce: la sua.

La sentiamo ancora, la sentiremo sempre, come portata dal mare, il mare che ancora bagna Napoli.  Ci dice chi siamo.  Ci dice che “Napul’è”.

Enza Alfano

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