Dai primi giorni del dicembre scorso, Don Mario D’Orlando ha riaperto il portone della trecentesca Chiesa di Sant’Antonio Abate, per consentire l’ingresso in sicurezza dei fedeli, dopo i lavori di consolidamento dell’antico soffitto a cassettoni. Ma gli interventi non sono finiti: il nuovo Parroco, sta lavorando, insieme ai fedeli, e con l’ausilio di bravi restauratori, per ridare dignità ad una delle più grandi Chiese Partenopee, ricca di opere d’arte, quasi dimenticate.

In occasione della ricorrenza di Sant’Antonio Abate, al quale è stata intitolata l’antica struttura, domenica 17 gennaio alle ore 18.30, i ragazzi della “I A.M Music Accademy”, diretti dal M° Maria Nasti, presenteranno il loro nuovo spettacolo “Eternamente Napoli“, prodotto da Pasquale Capasso che presenterà l’evento affiancato da Miriam Pone.

Per assistere alla celebrazione religiosa e allo spettacolo, si seguirà il rigido protocollo “Covid-19”.

Cenni storici (da Wikipedia): La leggenda narra che la chiesa, posta all’origine del borgo omonimo, sia stata fondata per volere della regina Giovanna I d’Angiò; tuttavia un diploma del re Roberto d’Angiò, dimostra che, già nel marzo del 1313, esistevano chiesa ed ospedale e che in questo luogo venivano curati gli infermi del morbo detto “fuoco sacro” o anche Fuoco di Sant’Antonio, con un prodotto ricavato dal grasso di maiale.

Molto probabilmente il complesso originario risaliva alla fine del XIII secolo, ma fu ampliato e in alcune parti ricostruito nell’ambito di un vasto programma di edilizia religiosa e assistenziale voluto nel 1370 dalla regina Giovanna I. Programma che ebbe enorme valore ai fini dell’urbanizzazione del borgo e dell’omonima strada la quale, attraverso Porta Capuana, rappresentava la principale via d’accesso alla città.

Verso la fine del Trecento, quindi, il complesso era già costituito dalla chiesa, dall’ospedale e dal convento, ed era tenuto dai monaci ospedalieri antoniani i quali preparavano la sacra tintura che veniva usata per curare l’herpes zoster. Tra i napoletani si diffuse così l’abitudine di allevare maialini per donarli al monastero. L’ordine antoniano fu bandito agli inizi del Quattrocento dagli Aragonesi, che reputavano i monaci troppo legati ai loro protettori francesi. Malgrado ciò, l’usanza durò fino al 1665 quando, durante una processione, un maialino si intrufolò tra le gambe del vescovo il quale, infuriato, dichiarò illegale l’allevamento cittadino dei maiali.

Un primo rimaneggiamento è databile 1370, il seguente fu quello del XVII secolo che, ha cancellato parte della struttura originaria.

Per volere del cardinale Antonino Sersale, la struttura religiosa subì un rimodernamento nel 1779.