Facciamo chiarezza. Tutti sappiamo che dal 6 ottobre scorso la Turchia ha iniziato una massiccia offensiva militare, chiamata operazione “Fonte di pace”, nel nord-est della Siria e promossa dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, per contrastare le milizie curde presenti in Siria.

Ma facciamo qualche passo indietro.

Chi sono i curdi? I curdi sono un gruppo etnico iranico originario dell’Asia occidentale tra i più popolosi e grandi a non avere uno Stato. Distribuiti tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia nel vasto altopiano del Kurdistan, sono a maggioranza musulmana sunnita nonostante convivano anche altre religioni.

Dopo la fine della prima guerra mondiale, il trattato di Sèvres del 1920 segnò la dissoluzione dell’Impero Ottomano e ai curdi fu promessa una nazione, una promessa che però non è stata mai mantenuta a causa del trattato di Losanna, nel 1923, che mise da parte il piano di uno Stato autonomo. Anzi, il leader turco Kemal Atatürk proibì ai curdi di parlare la loro lingua, non solo, ma anche di cambiare i cognomi così da cercare di cancellare l’identità del popolo.

Perché la Turchia sta attaccando i curdi?

Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che lo scopo dell’operazione è quello di creare una “zona cuscinetto” nel nordest della Siria, per allontanare dal confine con la Turchia le milizie delle YPG (unità combattenti per la protezione popolare), considerate dal governo turco un gruppo terroristico per via dei presunti legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) che da decenni si batte per vedere riconosciuta l’autonomia curda in territorio turco. Questa operazione, in realtà, verrebbe usata da Erdoğan per rimandare indietro tutti i profughi siriani entrati in Turchia nel corso degli ultimi 8 anni di guerra civile. Come da copione, l’intervento viene mascherato dalla solita messinscena della lotta al terrorismo, un tema utilizzato sempre da tutti per opprimere gli oppositori internazionali.

Inoltre, questo attacco arriva a seguito del ritiro statunitense dalla regione, lasciando scoperte le Syrian Democratic Forces (SDF) presenti nell’area e guidate dalle YPG, entrambe principali alleati degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS in Siria. La popolazione curda – quella che “non esiste” e che viene ricordata solo per essere utilizzata come scudo umano – riuscì ad organizzare una grande resistenza, schierando anche le donne in prima linea, per privare l’ISIS dei territori conquistati nel 2015 (come Rojava e Kurdistan siriano). E ora? Fino alla decisione di ritirarsi dal nord della Siria, gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato le Forze democratiche siriane (Sdf), composte in gran parte dalle YPG, che ricordiamo essere le milizie curde che hanno combattuto sul territorio lo Stato Islamico. Ad agosto il governo americano aveva promesso ai curdi protezione e sicurezza in cambio di uno smantellamento delle postazioni di difesa al confine con la Turchia, sulla base di un accordo Usa-Turchia. Il tradimento è stato evidente e dopo anni di guerra contro l’ISIS il regalo fatto dagli Stati Uniti è stato quello di defilarsi per non contrastare l’offensiva militare di Erdogan.

Quali sono i rischi? Il presidente russo Vladmir Putin ha avvertito che l’offensiva turca rischia di ridare slancio ai miliziani dell’ISIS che “potrebbero fuggire” dai campi controllati dai curdo-siriani e riproporsi. Inoltre, l’attacco della Turchia in Siria potrebbe causare anche un nuovo aumento del flusso dei migranti in quanto, con le nuove tensioni in Medio Oriente, molti rifugiati siriani potrebbero scappare verso l’Europa. Erdogan ha minacciato anche l’Unione Europea mettendo in discussione l’accordo Ue- Turchia del 2016: se non si smetterà di contrastare l’operazione turca in Siria, aprirà le frontiere e lascerà che i rifugiati siriani riprendano la loro strada verso l’Europa.

Per i curdi sembra essere iniziato un periodo molto complicato e ancora una volta donne, bambini e uomini sono costretti a lasciare le loro case per fuggire da una violenza che li perseguita da sempre.