Chi ha scritto “Palomma ’e notte”?

Indiscutibilmente una delle più belle canzoni del repertorio classico napoletano, Palomma ’e notte è da sempre una delle più interpretate.
L’autore? Salvatore Di Giacomo o almeno così abbiamo sempre saputo… E già, perché attorno a questa canzone aleggia il mistero della nascita e qui vi racconterò una storia poco conosciuta che ci lascerà un piccolo dubbio.
Bisogna innanzi tutto sapere che Salvatore Di Giacomo fu anche un traduttore ed un rifacitore di canti popolari locali o d’altre regioni italiane, nel senso che lui traduceva in napoletano un canto popolare preesistente, lo adattava metricamente alle sue personali esigenze poetiche e ne venivano fuori degli autentici capolavori, come accadde, ad esempio, con ‘E spingule frangese, la sua canzone più nota al vasto pubblico, musicata dal M° Enrico De Leva. ‘E spingule frangese era in origine un canto popolare di Pomigliano d’Arco, vicino Napoli, poi ripreso a Grasso Telesino in provincia di Benevento.
Accadde la stessa cosa, a quanto pare, per Palomma ‘e notte, che non è altro che la traduzione e l’adattamento di una poesia in dialetto veneto La pavegia scritta dalla poetessa di origine armena Vittoria Aganoor Pompilj (1855-1910), il cui significato è sempre quello di palomma.
Nel 1905, sul nº 33 del foglio napoletano Pierrot viene pubblicata Palomma ‘e notte in versione canzone, cioè tre strofe con ritornello e viene bandito un concorso a premi per chi l’avesse degnamente musicata. Ci riuscì Francesco Buongiovanni e la canzone fu edita da Morano nel 1906.
Ma le sorprese intorno a questa canzone non finiscono certo qui.
Per attribuire la canzone a Salvatore Di Giacomo prenderò in prestito l’affascinante teoria sulla sua nascita tratta da un intervento di Raffaele La Capria sul Corriere della Sera di qualche anno fa.

Palomma ’e notte
Quando si conobbero (nel 1905) Salvatore ed Elisa, lui era un uomo di quarantacinque anni, lei una ragazza di 26. Salvatore era un bell’uomo, un vero napoletano dagli occhi sognanti, un poeta già celebre, riconosciuto, i suoi versi erano cantati dovunque, e tutto questo creava intorno alla sua persona un’aura romantica, un fascino che poteva fare innamorare qualsiasi ragazza, soprattutto una ragazza come Elisa. Elisa era «’ na giovane vestuta / cu ‘ na vesta granata, auta e brunetta». Studiava per diventare insegnante e ancor più per essere indipendente, per emanciparsi dalla protezione familiare, cosa poco comune a Napoli in quel tempo. Ardita ed emancipata doveva essere davvero se, dopo qualche incontro con Salvatore Di Giacomo alla Biblioteca Lucchesi Palli – da lui diretta – gli scrisse una lettera talmente intraprendente per una ragazza di quell’ambiente e di quell’educazione, da lasciare stupiti. «Mio buono e caro signor Di Giacomo… se non fossimo stati in mezzo alla gente ve lo avrei detto ieri stesso quanto sto per dirvi ora. Io vi amo: ecco la verità, e lo so e lo sapevo da un pezzo, e non volevo confessarlo né a voi né a me. Io vi amo, e ora ve lo dico così com’ è. È bene, è male dirvelo? Che cosa ne penserete? Io non so… Sappiatela tutt’ intera questa verità, sappiatela così rudemente, così bruscamente com’ è sempre l’impeto dell’anima mia: sappiatela e fate quel che volete…». Salvatore non era libero, Elisa aveva una rivale, una tremenda rivale: mammà. Salvatore viveva, figlio unico, con la madre, e la madre lo accudiva con quell’amorosa invadenza che hanno le madri meridionali e che quasi sempre provoca nei figli infelicità di origine freudiana, perché il complesso di Edipo è duro da sopportare. Questa era la situazione tutt’ altro che facile per Salvatore ed Elisa. Come poteva andare avanti l’amore tra Salvatore ed Elisa in un simile triangolo? E, infatti, presto la povera Elisa dovette accorgersene: non era un amore sereno, quello, come aveva sperato; non era un uomo maturo Salvatore, ma un uomo vulnerabile, femminile nei sentimenti, come sono molti napoletani. E così il fidanzamento doveva durare undici anni, tra una scenata di gelosia e l’altra, tra un sospetto e l’altro, tra una lite e l’altra. E così, per undici anni, quell’amore andò avanti. E dico amore perché Salvatore amò Elisa, anche se non seppe darle la felicità. I due erano entrati in un circolo vizioso che a volte portava Salvatore ad essere crudele con l’amata, sospettata di tradimenti, di civetterie e d’altro. Il circolo vizioso era questo: che di qualcosa si doveva pur riempire il tempo degli incontri, delle mani in mano, dello stare insieme, e Salvatore lo riempiva di fantasie; dalle fantasie si passava ai silenzi, ai musi lunghi, alle parole amare, alle liti. Lui credeva – e lo scriveva nei suoi versi – che le donne, di cui ignorava del tutto la psicologia, fossero nate per tormentare l’uomo. Per undici anni Elisa e Salvatore andarono avanti burrascosamente amandosi, a volte era lui a tormentarla, ma anche lei col tempo non era da meno. Ma qualcosa di tenace, un amore maledetto li teneva uniti, e uniti restarono, sempre litigando anche nel matrimonio, fino alla fine, fino a quando Salvatore, ridotto all’immobilità e amorevolmente assistito da lei lentamente si spense; fino a quando Elisa, impazzita, distrusse, prima di morire, le lettere a lei inviate da Salvatore, e dimenticò in un cassetto quelle che furono ritrovate per caso a Porta Portese, quelle che vanno dal luglio del 1906 al dicembre del 1911, e che ci hanno permesso di raccontare la storia di questo strano amore. Voglio chiudere il mio racconto con una delle poesie scritte da Di Giacomo, una di quelle che più amo, e una di quelle certamente dedicate ad Elisa: “Palomma ‘e notte”. Il poeta una sera vede una farfallina girare e rigirare intorno ad una candela accesa. E l’ avverte: questa è una fiamma, ti può bruciare le ali, non è una rosa e nemmeno un gelsomino. Va’ via, torna all’aria fresca, non vedi che anche io resto abbagliato dalla fiamma e per allontanarti mi brucio? È chiaro che la farfallina è Elisa e chi vorrebbe allontanarla, ma chi si brucia la mano, è Salvatore: «Tiene mente ‘ sta palomma – comme gira, comm’ avota, comme torna n’ ata vota – sta ceroggena a tentà! Palummè, chisto è nu lume – nun è rosa o è giesummino, e tu a fforza ccà vicino – te vuò mettere a vulà!… Vattenne ‘ a lloco! Vattenne, pazzarella! Va, palummella! E torna all’ aria fresca… ‘ O bbì ca i’ pure mm’ abbaglio chiano chiano, e, pe te ne caccià, mm’ abbruscio ‘ a mano?! Ma… te n’ aggia caccià! Vola, vola palomma! E vola! Va!…». Ecco come una poesia e una canzone hanno sublimato i tanti patimenti di un amore che ho qui tentato di raccontare“.
Ed ecco invece una prova di diversa attribuzione di Palomma ‘e notte:
Rocco Emanuele Pagliara, uno stabiese che a Napoli si occupava di critica musicale su Il Mattino e ricopriva la carica di bibliotecario al Regio Conservatorio, è autore di una canzone intitolata Palomma ‘e sera. Essa fu musicata nientemeno che dal grande Luigi Denza e fu pubblicata da Ricordi nel 1887 in lingua napoletana e con la traduzione italiana Farfalla di sera, sempre di Pagliara. L’idea è proprio quella della palomma ca gira attuorno a’ na cannela ed è sviluppata per essere cantata in due; infatti, è un duettino popolare:
Come una farfalla che, di sera,
gira, gira intorno a una candela,
tu lo sai perché
sto girando intorno a te!
Come una farfalla che, di sera,
batte l’ali intorno a una candela
tu lo sai perché
perdi tempo intorno a me!
A quanto pare la storia si complica. Chi sia stato l’ideatore della Palomma allusiva, dunque, non è una cosa facile da stabilire… Una cosa sola è certissima: veneta, di Salvatore Di Giacomo o di Rocco Emanuele Pagliara… quant’è bella chesta canzone!

di Carlo Fedele