Il rapporto Censis da decenni fornisce la sua lettura dello “stato degli italiani” con una rappresentazione che a volte finisce con il semplificare la complessità del quadro d’assieme. Così anche quest’anno ha sollevato il velo su quella che è definita l’”Italia dei rancori”. Che lascia presagire un Paese deluso, dilaniato, senza più speranza, timoroso del futuro, interpretato come rischio e non più con speranza. Non è che manchino tutti questi segnali, ma che non si conciliano con un altro dato che emerge dalla ricerca, come ha sottolineato Massimo Adinolfi su Il Mattino: più del 77% degli italiani si ritiene moderatamente soddisfatto, definirli felici sarebbe un po’ troppo, dei risultati raggiunti. Del lavoro, della famiglia, delle aspettative di vita.
Felici e rancorosi? Come si spiegano questi due volti del Paese? Le spiegazioni sono molteplici e non si piegano ad una sola chiave di lettura.
Il Paese sta uscendo, lentamente, da oltre un decennio di pesante crisi economica. Il Pil cresce, ma troppo poco. E soprattutto questo lieve cambiamento è rilevato dalle statistiche ma cambia la “percezione” che gli italiani hanno del presente e del futuro.
Giovani talentuosi non mancano. Intelligenze che creano ricerca, inventano tecnologie, ma che percepiscono di vivere in un Paese bloccato, imprigionato da migliaia di leggi, leggine, regolamenti che ostacolano l’applicazione del loro sapere. Così fuggono, vanno all’estero. E come rimproverarli in un Paese che non privilegia il merito, ma lo deprime, lo svilisce ? Lo stesso accade a coloro che mettono su un’impresa. Che rischiano i propri soldi, le proprie idee e che si ritrovano a combattere con l’apparato politico-fiscale-burocratico?
Ecco come nasce il rancore. Che non è solo quello dei disoccupati, dei precari, rappresentanti della “società degli esclusi” che hanno il sacrosanto diritto di protestare e di far sentire la propria rabbia.
Ma il rancore è anche di quella parte del Paese, che fortunatamente non è minoritaria, che lavora, produce, rischia, ma che deve fare i conti con lo Stato burocratico. Il moderno Leviatano che controlla e ordina la vita di ogni individuo. Che spreme i cittadini, e li trasforma in sudditi. Anche quella parte del Paese che è sopravvissuta alla crisi, è tentata rinchiudersi nel proprio particolare, nei propri affari, e di abbandonate l’arena pubblica.
Il rancore è l’opposto della fiducia. Il rancore non costruisce nulla.
Il Paese, invece, ha bisogno di una nuova ondata di responsabilità per tornare a credere di potercela fare. In passato il Censis ha descritto la società mucillagine e De Rita di “uomini-sabbia”.
Ecco. Solo con un nuovo senso di responsabilità e fiducia gli uomini-sabbia possono tornare a creare mattoni.

Michele Cozzi