Il recente decreto legislativo 21/2018 introduce nel codice penale l’art. 570 – bis, estendendo la sanzione di pena detentiva fino a un anno – inizialmente prevista per chi dilapida il patrimonio del figlio minore, pupillo o coniuge non separato per sua colpa – all’ex coniuge che si sottrae al pagamento dell’assegno di mantenimento da versare a qualsiasi titolo.

Provvedimenti come questo fanno dubitare della effettiva consapevolezza del legislatore riguardo alla vita quotidiana della cittadinanza, data l’incapacità di cogliere i reali problemi delle classi sociali svantaggiate.

Orbene, a chi potrebbe giovare di mandare l’ex coniuge o il genitore inadempiente in galera? Certo, sarebbe una vendetta con i fiocchi ma nella sostanza cosa cambia?

A parte che le pene detentive di un anno al massimo, a meno di non essere recidivi o pregiudicati, non aprono le porte delle patrie galere, ma poi quali sarebbero i vantaggi per la parte lesa, se non quelli che si potrebbero definire come “diritto di godimento su male altrui”?

Insomma, i familiari privati del sostentamento che il giudice ha riconosciuto loro per la negligenza del congiunto quale vantaggio economico potrebbero trarre dalla sua carcerazione atta a comprimere, semmai, la sua capacità di produrre reddito?

Sarebbe piuttosto opportuno controllare rigorosamente la situazione reddituale dell’inadempiente con immediato sequestro di ogni entrata fino alla liquidazione degli assegni di mantenimento. Laddove ci si trovasse di fronte a qualcuno che non percepisce redditi, poiché (tranne il famoso caso del guru indiano) nessuno campa d’aria, si procederebbe alla verifica di una eventuale (ma altamente probabile) percezione di redditi in nero con un doppio vantaggio: per l’erario e per i familiari che vedrebbero finalmente soddisfatti i loro diritti. In altre parole, l’inadempimento dovrebbe comportare, de iure, l’accertamento fiscale per redditi non dichiarati.

Tale miopia legislativa è tanto più grave quanto la si paragoni alla inerzia sul fronte della tutela delle donne maltrattate. I continui femminicidi, riportati dalla cronaca, sono spesso preceduti da reiterate richieste di aiuto alle autorità da parte delle vittime, tanto da far sembrare i delitti null’altro che la cronaca di morti annunciate.

La previsione di pene molto severe per reati come lo stalkeraggio, la violenza domestica, la minaccia, accompagnati da politiche serie di sostegno alla famiglia che prevedano la creazione di strutture ad hoc per ospitare madri e figli, in modo da rendere la permanenza nel letto del nemico una scelta (sia pure scellerata) piuttosto che una necessità: queste misure sì che indicherebbero la capacità del legislatore di entrare nelle problematiche sociali e soprattutto di risolverle. Viceversa, uno sterile accanimento contro l’inadempiente, che diventa addirittura controproducente per il detrimento arrecato alla sua capacità di produrre reddito, appare una scelta inopportuna e inefficace rispetto al fine che si prefigge.

Lo spauracchio di una lieve pena, peraltro difficilmente traducibile in effettiva detenzione, non modifica l’atteggiamento di nessuno e mostra, se mai ce ne fosse stato il bisogno, come sia lontana la mentalità della classe politica dirigente dalla affannosa quotidianità dei cittadini.