Il mondo del Movimento 5 Stelle è in fibrillazione. Stamattina alle ore 10 è cominciata la votazione su Rousseau della cosiddetta base grillina, chiamata ad esprimersi sull’appoggio al nascente governo di Mario Draghi, che dalla sua parte avrà – stando alle dichiarazioni dei leader di partito dopo le prime consultazioni – Forza Italia, Italia Viva, Partito Democratico e Lega. Detto altrimenti: quasi tutto l’emiciclo. Grillo e i suoi sono davanti a un bivio: accontentarsi del ministero per la transizione ecologica – “davvero non vi eravate accorti che c’era già questo dipartimento, diviso in 4 direzioni generali?” stigmatizza il consigliere comunale di Napoli Matteo Brambilla – e dar vita al terzo governo della legislatura, o schierarsi all’opposizione rinvigorendo la vis primigenia dell’ala movimentista? Ad ogni modo, è chiara la posta in palio: la lotta per la sopravvivenza di un soggetto politico che ha eroso decine di punti percentuali di consenso negli ultimi due anni, ondeggiando senza identità da un polo all’altro. E qui entrano in gioco alcuni membri dell’orizzonte pentastellato che a Roma non hanno mai seduto, ovvero consiglieri regionali, comunali, di municipalità; coloro che declinano l’operato politico tramite il legame con i territori e rifiutano qualsiasi tipo di alleanze con i vecchi partiti – cerchia della quale oggi, forse, i 5S sono membri acquisiti volente o nolente.

Due nomi: Marì Muscarà e Matteo Brambilla, rispettivamente consigliere regionale della Campania e consigliere comunale di Napoli, capi di una rivolta nemmeno troppo tacita, che da mesi mostrano i muscoli attaccando a turno i vertici nazionali – lo stesso Grillo, Luigi Di Maio, Vito Crimi – e pure quelli regionali, con Valeria Ciarambino in prima linea. Una spaccatura palesatasi in due momenti ben precisi: all’indomani della sonora sconfitta rimediata alle ultime regionali contro De Luca, quando con amarezza la Ciarambino apriva proprio ad un sostegno al suo acerrimo nemico; e alla concessione della stessa candidata presidente grillina di stoppare la Commissione speciale per la “Terra dei Fuochi, scatenando le ire di quella base che negli anni aveva costruito la propria crescita regionale sulla cattiva gestione dei rifiuti da parte della vecchia classe dirigente – volano per le ecomafie. E il tema, neanche a dirlo, è tornato prepotentemente in auge ieri, quando è stato diffuso un rapporto prodotto grazie all’accordo stipulato nel giugno 2016 tra la Procura di Napoli Nord, che ha sede ad Aversa (Caserta) e l’Istituto Superiore di Sanità: Alcune gravissime patologie, come il tumore al seno, l’asma, varie forme di leucemie e le malformazioni congenite sono legate allo smaltimento illegale dei rifiuti. A quanto pare, non si tratta affatto da ipotesi: è certezza.

Ad ogni modo la lotta intestina ai pentastellati, ha raggiunto un nuovo picco con il “Vaffa-day 2021”, svoltosi su facebook il 9 febbraio alle 21, per un “no convinto ad un governo Draghi con la Lega“, organizzato assieme ad altri esponenti grillini come Barbara Lezzi, ascrivibili a quella frangia mai apertamente riconosciuta cui fa capo il sempre più dissidente Alessandro Di Battista. La portata dell’evento, al netto del numero di partecipanti, ha chiaramente un significato politicamente denso: fare il verso al ben più riuscito V-Day di qualche anno fa in piazza a Roma – quando la corsa verso i palazzi del potere metteva a nudo le carenza dell’intero sistema politico italiano; e per sottolineare la mutazione ontologica cui è andata incontro la creatura di Beppe Grillo, che ormai sembra assoggettata alle dinamiche di palazzo in modo irreversibile.

Un discorso che, una volta passato il tram tram per la formazione del governo (e non si prospetta indolore per il M5S), si ripercuoterà inevitabilmente sui prossimi appuntamenti elettorali. Primo fra tutti: le comunali di Napoli che avranno luogo a giugno – anche se, causa Covid, esiste la possibilità che slittino. Ad oggi i pentastellati ancora non hanno affrontato il terremoto interno, e quella verso Palazzo San Giacomo non è una corsa alla quale ci si può presentare da semplici partecipanti. L’unica forza politica che ha prodotto un nome, è Dema, che ha lanciato Alessandra Clemente, delfino di De Magistris; mentre il centrodestra sembra pronto a rifarsi i connotati con la figura di Catello Maresca. Fermo al palo il Partito Democratico, che tira la giacchetta proprio al Movimento nella speranza di riuscire a replicare l’alleanza dell’ultima esperienza di governo nonostante sia durata poco, al fine di ridurre anche il peso specifico del governatore De Luca, vera mina vagante per i dem con le sue liste ammucchiata.