Campani concordi, solo il 7% pensa che assistere in prima persona un familiare non autosufficiente non ammetta pause nemmeno in questo periodo

 Ma come fare? Il 44% richiederebbe un servizio di assistenza a domicilio, il 31% si rivolgerebbe a un altro parente

 Il tema è molto sentito anche in Campania dove ben il 79% dei campani conosce famiglie che hanno affrontato questa situazione

Sono milioni in tutta Italia, da nord a sud. Assistono un proprio familiare – come un figlio, un genitore, un coniuge – disabile, malato, comunque non autosufficiente. Un’attività molto faticosa quella dei cosiddetti caregiver, che si svolge all’interno delle mura domestiche per molte ore ogni giorno o addirittura a tempo pieno. Cercando un equilibrio che spesso diventa impossibile con il resto della famiglia, il lavoro, gli impegni quotidiani. E che obbliga a una vita di rinunce, difficoltà e sacrifici.

L’arrivo dell’estate, però, è anche per i caregiver il momento di prendersi finalmente una pausa: così la pensa la stragrande maggioranza dei campani, secondo i quali un po’ di riposo è fondamentale per recuperare le forze e riprendere al meglio, al rientro, l’attività. Solo il 7% infatti pensa che nemmeno in questo momento dell’anno ci si possa concedere un, pur breve, periodo di vacanza.

Ma come organizzare la pausa senza ridurre le cure del proprio caro? Per quasi un campano su due (44%) la soluzione migliore è richiedere un servizio di assistenza domiciliare con personale esperto, il 39% si affiderebbe a un’associazione di volontariato o a una struttura ad hoc e un ulteriore 31% a un parente in grado di sostituirlo.

Assistere con continuità un familiare in stato di bisogno può essere infatti un compito molto gravoso, che condiziona la vita del caregiver in molteplici aspetti: secondo gli intervistati, i principali sono gli effetti sulla sfera personale e lavorativa (61%) con rinunce alla carriera, agli svaghi e al tempo libero.

A preoccupare sono anche i contraccolpi psicologici (49%), che possono manifestarsi con stati di ansia, depressione o persino senso di colpa, le ricadute economiche (48%) per i costi legati all’assistenza e gli effetti sulla salute stessa di chi assiste (44%).

Le difficoltà aumentano, poi, se il caregiver non dispone di risorse economiche sufficienti (52%), deve far fronte ai compiti di cura da solo (34%), senza una rete relazionale solida a cui affidarsi, o abita in lontano dalla famiglia (33%).

Ma non solo: dedicarsi anima e corpo a questa attività porta spesso a mettere in secondo piano le proprie esigenze, fino ad adottare comportamenti errati e pericolosi. Secondo i campani, fra i principali rischi c’è quello di lasciarsi assorbire al punto da trascurare la propria salute (52%), rimandando o addirittura non sottoponendosi a visite ed esami medici, ma anche quello di non chiedere aiuto e pensare di poter fare da solo (49%), addossandosi in toto i compiti di cura, di non dedicare tempo alle relazioni sociali (43%) e di annullare i rapporti con gli altri membri della famiglia (38%).

Che cosa può aiutare allora il caregiver nella sua attività? Al primo posto, dicono gli abitanti della Campania, misure di sostegno economico (48%) e forme di conciliazione vita-lavoro (44%), che permettano un’organizzazione più flessibile degli orari. Importante sarebbe inoltre poter contare su un sostegno psicologico (39%) o delegare a terzi alcune attività quotidiane, come la spesa (33%), ma anche conoscere le diverse soluzioni di assistenza disponibili per il caregiver stesso (34%) e ricevere informazioni sulla patologia in questione (30%). Un ulteriore 21% ritiene utili i servizi di telemedicina, con cui è possibile monitorare e inviare a distanza i parametri vitali dell’assistito.