Bufala”.

Mai letto così tante volte questa parola come tra ieri e oggi, in post e commenti spuntati un po’ ovunque, sui social, unici luoghi di incontro possibile tra persone e idee.

E, mentre mi scendevano le prime lacrime di gioia dinanzi a cotanto inatteso spirito critico, mi rendevo conto che, no, non era come pensavo.
E lacrime di delusione già si mettevano lì, in coda, per scivolare giù.

La parola “bufala” non veniva, ahimè, né indirizzata all’ennesima citazione farlocca attribuita a Jim Morrison o ad Einstein, né ad un nuovo e miracoloso cibo anti-colesterolo.
E non si riferiva neanche a scope capaci di restare in piedi, da sole, per qualche strano scherzo giocato dall’asse terrestre.

No, niente di tutto questo.
L’aggressiva tempestività con cui molti si sono affrettati a dire È una bufala! ha avuto come oggetto,nientepopodimenoché, gli articoli, anche di illustri testate, che raccontavano l’esame condotto ieri, a partire dalle 14, della bozza di un D.L. che ipotizzava eventuali misure anti-COVID-19 da protrarre fino al 31 luglio 2020.

Ma, attenzione. Gli articoli additati come portatori malsani di “bufale”, posso garantirlo, erano scritti come si deve. Fonti certe, informazioni trasparenti.

Dove sono state avvistate, allora, queste “bufale”?
Appunto, non negli articoli. Che, evidentemente, non erano stati neanche letti.
Di sicuro, invece, ne saranno stati letti solo i titoli. Più o meno sensazionalisti, erano tutti, però, anch’essi, coerenti con il contenuto principale degli articoli, ossia sulla possibilità del protrarsi di misure antivirali.

Perché, quindi, continuare a parlare di “bufale”, in questo caso?

Non credo che gli italiani siano solitamente superficiali nella consultazione degli articoli o, peggio ancora, per niente dediti alla loro lettura, fatta eccezione che per i loro titoli.

Credo, piuttosto, che il trauma da “Coronavirus” sia così drammatico da rendere aprioristicamente intolleranti a qualsiasi penosa novità determinata, direttamente o meno, dal virus. Discorsi ex abrupto di Conte, modelli di autocertificazione che ridisegnano continuamente i confini delle nostre libertà, bollettini sempre nuovi di morti e contagiati. Tutto questo ci sposta sempre di qualche metro più in là la fine del tunnel, rendendone la luce sempre più fioca.

Le “bufale”, insomma, sono grandi specchi dei nostri desideri e dei nostri timori.

Non le vediamo mai, credetemi, quando non vogliamo vederle. Ma sappiamo che sono lì, sotto le mentite spoglie di notizie a cui vogliamo credere. Perché desideriamo sempre quella citazione inesistente, che potrebbe cambiarci la vita. Perché aneliamo continuamente quel cibo impossibile che ci salvi dalle privazioni della tavola. Perché speriamo segretamente in quella legge gravitazionale e irrazionale che ci renda meno penose, almeno per un giorno, le incombenze domestiche.

Ma di bufale ne vedremo “a mandrie”, statene pur certi, proprio in quelle notizie che sapremo, in fondo, essere vere, terribilmente vere, insieme alle relative conseguenze. Quelle notizie che, una volta entrate dalle nostre orecchie o dai nostri occhi, si impossesseranno di noi, delle nostre paure, delle nostre case. E ci chiuderanno nell’ennesima paura, ponendo mascherine ad ogni alito di libertà, e guanti alla nostra presa di possesso della realtà.

E, così, le povere bufale, tanto disprezzate, adesso diventano vacche sacre, o forse, unicorni, dai colori dell’iride, pronti a regalarci la realtà che sogniamo e che pare non essere più di questo mondo.

E che forse si trova, come recita la famosa canzone,da qualche parte, oltre l’arcobaleno”.