Nasce ad Avellaneda, una provincia di Buenos Aires, il 28 luglio 1925. Suo padre, è un calzolaio originario Macerata, emigrato in Argentina dopo la prima guerra mondiale. A 14 anni va a provare per le giovanili del River Plate dove stanno cercando un mancino come il suo piede preferito.
Con il River inizia a giocare con le riserve incontrando un tal Alfredo Di Stefano. Bruno Pesaola è alto soltanto 165 centimetri e lo chiamano “el Petisso”, il piccoletto. Il suo nome inizia a circolare ed un emissario della Roma gli propone il trasferimento in Italia. Pesaola accetta e strappa un ingaggio da 120 mila lire al mese.
Il Petisso gioca all’ala sinistra e in due stagioni disputa 73 partite e segna 19 gol con la maglia capitolina.
Nelle due stagioni giallorosse colleziona vari incidenti di gioco che lo penalizzano nel rendimento. I muscoli sono a pezzi.
Così nell’estate del 1950 progetta di tornare in Argentina. La valigia è già pronta quando arriva un telegramma firmato dall’immenso Silvio Piola che lo invita a giocare nel Novara.
E proprio a Novara trova moglie, dalla quale ha un figlio.
Un matrimonio felice, troncato nel 1986 dal tumore che la porta via.
Pesaola resta con il Novara due stagioni con un positivo bilancio personale: confeziona i cross per Piola, che a 39 anni segna 21 gol e torna in nazionale.
Le sue prestazioni attirano l’attenzione delle grandi squadre. E arrivano offerte da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiede consiglio a Ornella; la moglie immediatamente sceglie Napoli (suo fratello lavora tra l’altro alla Siae di Pozzuoli), e realizzano una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana. Si presenta al raduno del Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Jeppson e Giancarlo Vitali.
Le soddisfazioni non mancano: nel 1956 il Napoli va a San Siro e batte il Milan di Schiaffino che poi avrebbe stravinto il campionato. Nel primo tempo 5-0 per gli azzurri. Pesaola fa due gol al grande Buffon.
Da giocatore, Pesaola disputa 231 partite al vecchio stadio Vomero e fa in tempo anche a giocarne 9 nel nuovo San Paolo: « Il San Paolo era un’immensità. E ci toccò inaugurarlo contro la Juve di Sivori, Charles e Boniperti. Ci facemmo coraggio e vincemmo 2-1, gol di Vitali e Vinicio. Al San Paolo non feci mai gol, ma ci stavo per rimettere un occhio. Nella partita col Bari presi un calcio al viso e rimasi cieco per 48 ore alla clinica Mediterranea».
Al termine della stagione 1959/60 Amadei, nuovo allenatore del Napoli, ne chiede la cessione. Va al Genoa, dove gioca solo 20 partite prima di rompersi un piede e decidere, a 36 anni, di smettere di giocare. Comincia ad allenare la Scafatese in IV serie, stagione 1961-62. A metà campionato, col Napoli quart’ultimo in serie B, Lauro lo chiama sulla panchina azzurra. E’ febbraio. Il presidente della Scafatese, Romano, lo lascia libero dicendogli: «Segua il suo cuore».
Pesaola corre a Napoli: conduce la squadra al secondo posto in classifica e all’immediato ritorno in massima serie fumando 40 sigarette a partita, ma anche alla conquista del primo trofeo nella storia del club, la Coppa Italia, unica squadra di Serie B ad essere mai riuscita nell’impresa. Il “Petisso” è anche il primo allenatore del Napoli a vincere un torneo internazionale, la Coppa delle Alpi 1966.
L’ultima stagione a Napoli è la 1967/68 e sul campo domina la coppia Altafini – Sivori. Si racconta che a Napoli Pesaola sacrifichi ore e ore del suo tempo libero per riuscire a “legare” due campioni così diversi.

Altafini - Sivori

“Farli convivere fu il mio capolavoro. Li invitavo spesso a cena, li coccolavo”.
Furono tre anni fantastici che proiettarono il Napoli nelle zone nobili della Serie A. Non riuscirono mai a vincere lo scudetto, ma riuscirono a regalare spettacolo ed emozioni su tutti i campi, piazzandosi: al quarto, terzo e secondo posto.

2pesaola
L’allenatore porta il club partenopeo al secondo posto della classifica generale, un risultato mai raggiunto in precedenza. Il Petisso vide sbocciare anche campioni nostrani come Juliano, Montefusco e Dino Zoff. Poi Sivori preparò le valigie per tornare in Argentina e qualche meccanismo si deteriorò. A quel punto il tecnico preferì lasciare Napoli per Firenze dove riuscì a compiere un vero miracolo, con i viola conquistò uno storico scudetto nel 1968/69.
Nella stagione 1976/77 Ferlaino lo richiama in panchina con il compito di rilanciare la squadra. Il Petisso questa volta delude conducendo gli azzurri ad un poco entusiasmante settimo posto finale con 28 punti.
Entusiasmante fino alle semifinali invece la cavalcata in Coppa delle Coppe. Il Napoli arriva in semifinale contro l’Anderlecht, giocando in un San Paolo stracolmo, gli azzurri vincono per 1-0 con goal di Bruscolotti. Quindici giorni dopo a Bruxelles, succede di tutto: l’arbitro è Bob Matthewson, rappresentante in Inghilterra della
birra Bellevue che oltre ad essere di proprietà del presidente dell’Anderlecht, è anche lo sponsor della squadra belga. Pronti, via, segna Speggiorin ma il gol è annullato, Esposito colpisce la traversa.

Anderlecht
Segnano Thissen e Van der Elst e Napoli eliminato tra le più feroci polemiche. I partenopei però si consolarono con la conquista della coppa di lega italo-inglese battendo in finale il Southampton.
Il Petisso viene chiamato a Bologna nel 1977-78 in tempo per evitare la prima retrocessione dei rossoblu. L’anno dopo la dura legge dell’esonero lo colpirà e chiuderà definitivamente la sua parentesi rossoblu. Nel corso del 1979-80, vive l’esperienza di allenare all’estero. Il Panathinaikos di Atene lo chiama nel tentativo di contrastare l’emergente Olympiakos. Pesaola rivitalizza la squadra tanto da arrivare a sfiorare il titolo.
Lo richiama Ferlaino per salvare il Napoli nella stagione 1982/83. Dopo 11 giornate, con Giacomini, la squadra è ultima. C’è Castellini in porta, Diaz all’attacco e Krol fa il libero sganciandosi e scoprendo la difesa. Pesaola ordina: tutti indietro.

napoli 1982

Decisivi quattro rigori, quattro vittorie (e in panchina, il Petisso si copre gli occhi e abbraccia il rosario per non vedere Ferrario che tira i penalty). Poi più nulla, a 58 anni.
“Rimpianti? Uno solo. Non aver allenato Maradona perchè lo scudetto a Napoli lo avrei portato anch’io”.
L’argentino, naturalizzato italiano, all’ombra del Vesuvio ha vissuto le migliori fortune della sua carriera: nei panni di attaccante ha segnato 27 goal in 240 presenze dal 1952 al 1960, mentre ha guidato il Napoli in panchina dal ’64 al ’68, nel ’76/77 e nell’82/83.
Rimane a vivere a Napoli, da più di mezzo secolo, col suo immancabile cappotto di cammello portafortuna.

pesaola
Il ‘Petisso’, Bruno Pesaola, è morto il 29 maggio 2015 all’età di 89 anni, a causa di un collasso cardiocircolatorio dopo essere stato da tempo ricoverato all’ospedale del capoluogo campano ‘Fatebenefratelli’.

di Carlo Fedele