Nella seconda metà degli anni Settanta La Smorfia, costituita dal trio Arena – De Caro – Troisi, portò in scena un nuovo tipo di spettacolo che Troisi definì “mini atto unico” che si basava su uno sketch che prendeva lo spunto dalle situazioni quotidiane della Napoli dell’epoca, puntando l’indice su temi disparati quali la religione, l’occupazione e disoccupazione, il folklore e certe tradizioni, ormai anacronistiche, ma ancora vive soprattutto nel napoletano.

La Smorfia è stata un gruppo cabarettistico attivo negli Anni Settanta e Ottanta. Chiamato all’origine “I Saraceni“, il trio formato da Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo De Caro ottenne buono affermazioni teatrali anche fuori dall’ambito locale e raggiunse il successo quando, a partire dagli anni Ottanta, passò alla TV, in programmi come Non Stop e La Sberla.
Di questi mini atti unici, portati in scena dallo straordinario trio, ricordiamo La Sceneggiata, proposta nella trasmissione televisiva Giochiamo al Varietè.
Il mini atto unico“, scritto e interpretato dal trio, ha come personaggi Ciro il Napoletano, sua madre (interpretati da Troisi),
Don Gennarino (Arena) e il narratore con la chitarra (De Caro).

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Don Gennarino è il guappo del vicolo Scassacocchi che, per un affronto subito da Ciro il Napoletano, gli uccide la madre. Ciro si prepara al fatale incontro, che porterà alla soluzione finale della sceneggiata. Ma chi ammazzerà il cattivo per poi diventare a sua volta cattivo? È una domanda cui la sceneggiata non darà risposta.
La Sceneggiata:
L’opera è ambientata nel «vicolo Scassacocchi», un vicolo del centro storico di Napoli (nei pressi di via dei Tribunali), il quale per il pubblico nazionale televisivo perde la sua specifica connotazione geografica per divenire immaginario luogo partenopeo dove domina il guappo don Gennarino.
Siamo di fronte alla parodia dei più abusati (e usurati) cliché relativi alla malavita napoletana. Gli atteggiamenti e le pose di don Gennarino-Arena rappresentano la chiara caricatura di un’antica tradizione teatrale, la quale proprio negli anni Settanta e Ottanta si riversava nel cinema attraverso i film di Sceneggiata napoletana interpretati da Merola.
La scena si anima nel momento in cui il personaggio interpretato da Troisi (Ciro il napoletano) dichiara, nonostante le indicazioni del copione, che a “comandare” nel vicolo è lui. È subito pronto, poi, a ritrattare l’affermazione, quando don Gennarino gli chiede minacciosamente di ripetere l’asserzione («Guappo nun si tu, guappo songh’io!»). Ci troviamo, quindi, di fronte allo scontro tra Gennarino Parsifàl («capoguappo bieco, cattivo, senza scrupoli») e Ciro il napoletano (giovane e aspirante guappo). Quando don Gennarino uccide la madre di Ciro, quest’ultimo è costretto dalle consuetudini del genere a cercare la vendetta. La sua, però, è una vendetta perseguita a malincuore. Ripensamenti, paure, preoccupazioni investono il personaggio Ciro, fino alla parossistica soluzione da lui prospettata.

Don Gennarino non può uccidere Ciro, poiché nella sceneggiata è il buono a uccidere il cattivo e non viceversa. D’altro canto, però, se Ciro uccide don Gennarino, diventa inevitabilmente cattivo e aziona così un’interminabile catena del male. La soluzione di Troisi-Ciro contempla una possibilità che manda in corto circuito il meccanismo stesso della sceneggiata: il perdono. «Na bella idea, na bella idea per finire, gua’: lo perdono, he’ capito… ». In fondo, a ben guardare, don Gennarino non è proprio cattivo; è soltanto, dal punto di vista caratteriale, «nu poco ‘mpicciuso». La tragedia in salsa napoletana si risolve così genialmente grazie al comune buon senso della quotidianità.
( L. Arena, E. Decaro, M. Troisi, La Smorfia, con uno scritto di G. Capitta, Torino, Einaudi, 2006, pp. 67-80 [I ed. Torino, Einaudi, 1996].

La Critica
La critica è sempre stata positiva nei confronti de La Smorfia, in particolare di Troisi.
Osvaldo Perelli scrisse: «Massimo Troisi dev’essere nato con il palcoscenico incollato alle piante dei piedi” (La Notte, 24 ottobre 1979).
Il giornalista Renato Palazzi affermò che “l’originalità del gruppo, …piuttosto notevole, sta nell’aver forzato i limiti un po’ angusti del linguaggio meramente cabarettistico, attingendo ai repertori della farsa tradizionale e del teatro popolare partenopeo. Ne è nato insomma un singolare modo di far spettacolo,che unisce l’ironia sofisticata della comicità plebea, i demenziali “tormentoni” alle brucianti riflessioni sulla Napoli di oggi” (Corriere della sera, 25 ottobre 1979)
Italo Moretti in una intervista del 1980, osservò che
«Raccontavano i mali della loro città, facendo il verso alle analisi spicciole dei sociologi e alla demagogia di una certa politica”, uscendo spesso dai confini della Napoli che rappresentavano nei loro “mini atti unici”.

Troisi, in una intervista, spiegò il significato del nome La Smorfia scelto per il gruppo: “Perché ci chiamiamo La Smorfia? È un riferimento, tipicamente napoletano, a un certo modo di risolvere i propri guai: giocando al Lotto, e sperando in un terno secco… la smorfia infatti, non è altro che l’interpretazione dei sogni e dei vari fatti quotidiani, da tradurre in numeri da giocare a lotto».

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Fernanda Zuppini