“Processo alla città” di Luigi Zampa del 1952 è il primo film del cinema sonoro italiano in cui viene nominata la “camorra”

Liberamente ispirato ai fatti del “Processo Cuocolo”  (che scosse l’opinione pubblica napoletana  ai primi del Novecento ), “Processo alla città” è anche uno dei primi “film di denuncia” sulla camorra delle origini.

Diretto da Luigi Zampa, autore del soggetto insieme a Francesco Rosi ed Ettore Giannini, e della sceneggiatura scritta da Suso Cecchi D’Amico, in collaborazione con Giannini, Zampa e Diego Fabbri, fu uno dei primi film veramente importanti d’impegno civile italiano, attuale ancora oggi per i temi trattati, come l’ “intoccabilità dei potenti”, la “commistione tra potere e camorra “, la “legittimazione della politica” e la “situazione dei poveracci”.

La scelta degli attori e delle attrici avvenne con estrema accuratezza, individuando i volti ed i temperamenti adatti ai singoli ruoli. Silvana Pampanini (che nel film di Zampa riuscì, per la prima volta, a fornire prova delle sue apprezzabili qualità d’interprete), Paolo Stoppa (il fedele, duro e determinato delegato Perrone), il giovane Franco Interlenghi, Turi Pandolfini (attore siciliano che sembrava un personaggio di una novella di Pirandello), Dante Maggio, Eduardo Ciannelli (superbo nel ruolo di don Alfonso Navona, il capo della camorra), e poi Tina Pica, Bella Storace Sainati , Gualtiero Tumiati, Mariella Lotti, Irene Galter conferirono intenso spessore drammatico al racconto, facendo di “Processo alla città” un film autenticamente corale. Accanto a questi attori recitano anche alcuni tra i migliori interpreti del teatro napoletano: gli “eduardiani” Agostino Salvietti e Rino Genovese, Salvatore Cafiero e il giovane Nino Veglia (da mymovies.it ).

Soprattutto Zampa e la produzione, non ebbero alcuna esitazione nella scelta dell’attore al quale affidare la parte del tenace e coraggioso giudice istruttore, ruolo che “sembrava essere tagliato su misura per le robuste spalle di “Amedeo Nazzari”, già noto al grande pubblico per aver interpretato “La cena delle beffe” di Blasetti, “Luciano Serra pilota”, e nel dopoguerra, i drammi strappalacrime di Raffaello Matarazzo.

“Amedeo Nazzari” in quegli anni all’apice di una meritata notorietà, “era tenebroso come un divo di Hollywood, sebbene schivo e serio come la gente della sua terra” e le spettatrici lo ammiravano per la figura alta ed imponente, per il portamento elegante, per il fascino d’uomo maturo ed accorrevano ad assistere ai tanti film sentimentali e popolari in cui egli si trovava spesso al centro di una trama emozionante in cui era la vittima di inganni da parte di finti amici o amanti infedeli.

Siamo a Napoli, agli inizi del secolo. Due personaggi importanti della camorra sono stati arrestati in seguito a un omicidio e vanno sotto processo. Le loro amicizie altolocate influiscono sul corso del dibattimento. Il giudice Antonio Spicacci, incaricato di svolgere le indagini, viene in un primo momento preso dallo sconforto, al punto di voler abbandonare l’incarico, ma un fatto nuovo scuote la sua coscienza spingendolo a proseguire le indagini ” a costo di mettere in stato d’arresto tutta la citta”.

Il film risultò forse un po’ “schematico”, ma molto serrato, anzi “di chiara scuola americana” e con una ottima ricostruzione d’ambiente. L’abile regia, l’efficace interpretazione, l’esatta ricostruzione dell’ambiente” (come si legge in ‘Segnalazioni cinematografiche’, vol. 32, 1952)”, si compendiano “nella onestà della narrazione, nella modesta ma esatta posizione ideologica, nel rilievo abbastanza netto di alcune figure …nella ‘rievocazione’ storica e ambientale accuratissima”.

Per questo film Zampa ottenne nel 1953  la “Grolla d’Oro” a Saint Vincent come migliore regista italiano dell’anno. Successivamente, nel dicembre 1953 gli  fu attribuito il Nastro d’Argento per la regia con la motivazione del «complesso degli elementi che hanno contribuito alla attendibile evocazione di un’epoca e di una società».

“Processo alla città”, il cui titolo dice già tutto, è ancora moderno e attuale perché, pur ambientato ai primi del Novecento, descrive, in uno stile  cinematografico  asciutto, una realtà che presenta molte analogie con la realtà politica e sociale dei nostri tempi. La criminalità organizzata e la pressione violenta esercitata sulla società, con le torbide protezioni di cui godono i capi delle famiglie malavitose, combattuta dalla tenacia e dal coraggio di magistrati, spesso isolati, sono i temi propri di quel CINEMA d’inchiesta che contribuirà negli anni successivi alla crescita culturale e civile della cinematografia italiana, rappresentata da grandi registi e sceneggiatori come Nanni Loy, Mauro Bolognini, Francesco Rosi, Ettore Giannini, Diego Fabbri, Suso Cecchi D’Amico.

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Fin dall’inizio degli anni ’50’ Francesco Rosi ed Ettore Giannini avevano già in mente una vicenda da ambientare nella Napoli del primo Novecento, consapevoli che si trattava di un progetto assai ambizioso, ma consci delle capacità dei cineasti dell’epoca di “saper tradurre quella realtà, tanto complessa quanto avvincente, in un convincente racconto cinematografico”. Lo spunto arrivò da un grave fatto di sangue che sconvolse l’opinione pubblica napoletana dei primi Novecento: l’omicidio dei coniugi Cuocolo, avvenuta probabilmente per mano della camorra. Questo crimine aveva suscitato una forte ondata di sdegno e la richiesta di una dura repressione da parte dello Stato. Il progetto che Giannini e Rosi coltivavano incominciò a prendere forma quando un giorno Rosi trovò su una bancarella, due vecchi libri che ricostruivano con cura la cronaca dell’omicidio Cuocolo. Il futuro regista de La Sfida si buttò nella stesura di un primo abbozzo di sceneggiatura di “Processo alla città” , liberamente ispirato alla vicenda storica dell’omicidio Cuocolo. Antonio Frattasi, in un suo commento del 2007 (pubblicato su mymovies.it ), definisce il film “uno spaccato efficace e molto ben documentato del mondo della camorra, dei suoi riti, della sua penetrazione nel tessuto sociale, ma anche un affresco storico della Napoli  a cavallo tra Ottocento e Novecento”. Durante la fase di preparazione, Zampa girò per Napoli alla ricerca di luoghi dove ambientare gli esterni e di facce che avrebbero dovuto dare volto e voce al variopinto universo di piccoli delinquenti, affiliati alla camorra, nei quartieri popolari di inizi Novecento. La scelta di luoghi e ambienti fu molto accurata e, ancora oggi, chi conosce bene Napoli, “prova un’intensa emozione nel riconoscere strade e vicoli “.

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“Processo alla città”  si può inserire a buon diritto sia nel “filone neorealistico”, come atto di denuncia di ingiustizie sociali, sia nel “filone giudiziario” e “pur essendo di ambientazione partenopea, non cade mai nel bozzettismo e nel macchiettismo di maniera”.

Bisogna tener conto che ad aiutare Zampa in sede di regia, c’erano  Nanny Loy, Mauro Bolognini e il più volte citato Francesco Rosi. L’approccio è quello di “scuola americana”: ritmo serrato, indagini avvincenti su uno sfondo sociale , con un velo di omertà che “lentamente si disvela per mostrare come dietro tutto ci sia proprio quella bestia nera che tormenta il protagonista e che, per la prima volta, farà capolino nel  Cinema italiano” proprio con questo film:            la “Camorra”.

Ma si sente anche la mano “di colui che sarà il nostro principale regista di cinema civile e di denuncia, quel Francesco Rosi che 10 anni dopo avrebbe diretto Le Mani Sulla Città “sempre su Napoli e i suoi poteri”.

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Fernanda Zuppini