“Le mani sulla città”  1963 di Francesco Rosi

Negli Anni ’60, con Francesco Rosi, ha origine il nuovo filone cinematografico italiano del “film d’inchiesta” o del cosiddetto film politico, all’interno del quale ripercorre le vite di chi ha segnato la recente Storia d’Italia.

Già La Sfidadel 1958 affronta il tema del rapporto tra criminalità organizzata e mondo politico e imprenditoriale, ma è con il capolavoro “Salvatore Giuliano  del 1962 che Rosi colpisce nel segno, raccontando attraverso una “serie di lunghi flashback anticronologici” la vita del bandito siciliano e ottenendo l’ “Orso d’Argento” al Festival di Berlino e il Nastro d’Argento a Cannes come miglior regista (ex aequo con Nanni Loy per “Le Quattro Giornate di Napoli“).

L’anno seguente, con un Rod Steiger da brivido nei panni del costruttore Eduardo Nottola, il regista esplora, con Le mani sulla città le collusioni esistenti tra organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio partenopeo, e della speculazione edilizia dell’ Italia degli anni ’60.  Questo coraggioso film, con la sua narrazione secca e lucida, conquista il “Leone d’Oro” alla Mostra del Cinema di Venezia e due candidature ai “Nastri d’Argento  (come miglior regista e miglior soggetto scritto con Raffaele La Capria), suscitando molte polemiche e rimase nella storiografia cinematografica uno dei migliori esempi di cinema politico italiano, appassionante e non retorico, limpido ma non eccessivamente schematico.

Nella didascalia si legge: “i personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”.

La trama prende l’avvio dal crollo, con morti e feriti, di una palazzina in un vicolo di Napoli, provocando la denuncia del costruttore Eduardo Nottola, consigliere comunale (appartenente a un partito di destra). Ma costui, costretto a dimettersi  dalla sua carica, cambia partito spostandosi al centro, riuscendo a farsi eleggere assessore all’edilizia e ad avviare così un grosso progetto speculativo. Solo le sinistre, con l’adesione di un unico consigliere di centro, continueranno a battersi per una onesta gestione della pubblica amministrazione.

Il film, sceneggiato dallo stesso Rosi con la collaborazione di Raffaele La Capria, Enzo Provenzale ed Enzo Forcella è interpretato da uno straordinario Rod Steiger nella parte  dello speculatore e da un vibrante Salvo Randone nei panni dell’onesto oppositore.

Fin dal suo esordio di regista nel 1958 con La sfida, apparvero subito le qualità di acuto osservatore di Francesco Rosi nell’affrontare uno dei più tormentosi problemi della realtà politica e sociale del tempo, cioè il rapporto tra malaffare e mondo politico che divenne uno dei temi dominanti del suo cinema d’inchiesta.

Il Leone d”Oro a Le mani sulla città fu un segno che quelli erano anni di grandi mutamenti per Venezia: se si pensa che un film che trattava un argomento tanto scottante come la speculazione edilizia, non solo fu ammesso in concorso con tutti gli onori, non solo fu favorito dalla giuria, ma ottenne anche il massimo riconoscimento dimostrando che i tempi stavano cambiando.

Giovanni Grazzini, in un commento (pubblicato il 6 settembre 1963 sul “Corriere della Sera) affermò che Le mani sulla città mette Rosi “tra i migliori talenti della nostra generazione di mezzo e che l’opera é riuscita perché, in un argomento che ottiene quotidiane conferme, le due spinte che muovono Rosi hanno coinciso: la descrizione di quei soprusi ci interessa perché vi si specchia una gran macchia della vita pubblica contemporanea.

Tra i giudizi riportati in filmtv.it leggiamo alcuni tra i più significativi:

  • Il cinema di Rosi è un  “cinema  politico fino al midollo che oggi non esiste più in IItalia (o quasi)”. Ma questo film è un “evergreen” che non sente il peso degli anni e continuerà a non sentirlo finché “politica, corruzione e immoralità” resteranno “sinonimi”.
  • È uno dei migliori film di Rosi , “serrato nei dialoghi e coraggioso…nel denunciare la speculazione edilizia, madre di tutti gli accordi tra la camorra e la classe politica dominante”.
  • È un film “politicamente schierato” che contiene un fortissimo messaggio. “Una dura e più che mai veritiera rappresentazione della nostra cara Italia. Un grande film che non si dimentica facilmente”.

Riconoscimenti:

  • Leone d’ Oro nel 1963  a Venezia
  • Laurea honoris causa nel 2005 in “Pianificazione Territoriale Urbanistica ed Ambientale” presso l’Universita degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria.
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  • Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare

In ” Treccani.it” Francesco Rosi è ritenuto “uno dei registi più indipendenti, disinibiti e, per giunta, professionalmente realizzati che ci sono stati nel nostro cinema. È un uomo che ha saputo sottomettere la macchina da presa alla sua narrazione”

La città di Napoli costituisce una delle più feconde fonti d’ispirazione nell’opera di Francesco Rosi; la ritroviamo infatti anche in “La sfida” (1958), “Lucky Luciano” (1973), Cadaveri eccellenti” (1976), Tre fratelli” (1981). Per la televisione italiana Rosi ha realizzato anche Diario napoletano, un film inchiesta sulla situazione della città nel 1992, nel quale il regista propone un’analisi politica del presente insieme a riferimenti al passato e a rievocazioni soggettive dei luoghi della sua infanzia.

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Le mani sulla città“, denunciando la speculazione immobiliare e smascherando i meccanismi che permettono agli interessi politici ed economici di coincidere, analizza un fenomeno comune a tutte le metropoli, ma che a Napoli raggiunge un’eccezionale gravità. “Napoli, come ricorda lo sceneggiatore del film Raffaele La Capria, è stata una delle città più devastate da una speculazione immobiliare oscena; era una città bellissima e sono riusciti a rovinare tutto, anche la salute e la vita dei suoi abitanti”. E Rosi ribadisce: “L’aspetto negativo della speculazione immobiliare non consiste soltanto nella distruzione della città e nell’aspetto caotico che essa assume, ma anche nella distruzione di una cultura a vantaggio di un’altra in cui l’uomo non c’è più. Rosi pone il problema dei rapporti tra morale e politica. Per chi detiene il potere la questione è presto risolta: fare politica significa addentrarsi in un campo in cui la morale tradizionale non ha più valore e dove contano soltanto l’opportunismo, la corruzione, la capacità di manovrare gli eventi. “Per conquistare il potere e conservarlo, ogni metodo è ammesso. I discorsi demagogici e le prebende servono solamente a ottenere il consenso degli elettori in un sistema che è ormai soltanto un simulacro di democrazia”. Concludiamo con una osservazione ricavata da mymovies.com in cui si afferma che “ci sono film, anche di valore, che con il passare degli anni perdono la presa che ebbero al momento della loro uscita e restano lì a farsi ammirare…altri, invece (e il film di Rosi è fra questi) che  conservano una loro “inattaccabile attualita“, anche perchè “quei problemi, quel malcostume, quel modo di intendere l’amministrazione della cosa pubblica perdurano.” Questo è certamente uno dei motivi della tenuta di Le mani sulla città, “ma quello che lo distacca dalla cronaca politica è lo stile narrativo”. Rosi non fa un ‘film di denuncia’, va oltre. Sceglie un taglio da “cinema verité” quando riprende le sedute del Consiglio comunale offrendoci dei totali di un’aula in cui ci si prepara a una lotta di tutti contro tutti. Da questo magma fa emergere delle figure che sono rappresentative di posizioni e di interessi diversi che finiscono con il ruotare attorno a Nottola (Rod Steiger). “Sarebbe facile definire ‘profetico’ un film in cui si agitano ‘mani pulite‘ o in cui il conflitto di interessi diviene tanto palese quanto socialmente metabolizzato. Le mani sulla città è qualcosa di più e di diverso “.

Molto ci sarebbe ancora da dire su questo film, degno di essere paragonato ai migliori film americani di Kazan, come Fronte del Porto, sono passati 50 anni dalla realizzazione di questo splendido film, ma i i temi trattati sono ancora di grandissima attualità. Sono gli amministratori della cosa pubblica ad avere più responsabilità e nelle parti centrali e finali del film ci viene offerto l’esempio della peggiore politica che ci possa essere. Ma, da allora , che cosa è cambiato? Ancora oggi viviamo in mezzo ai palazzinari e purtroppo tanti nodi sono ancora irrisolti e nel finale emblematico, “con la malapolitica che vince con tanto di benedizione della Chiesa“, abbiamo una delle tante immagini negative ancora oggi usuali nella Storia della nostra Repubblica.

Tutte le puntate de “Breve storia del cinema napoletano”, le trovi nella rubrica “La Storia di Napoli” di Napoliflash24.it (clicca qui)

Fernanda Zuppini