La Sfida  di Francesco Rosi  – 1958 

Dopo una lunga esperienza come aiuto regista e condirettore al fianco dei più grandi registi del suo tempo , da Rossellini, a Fellini, a Visconti, Francesco Rosi approda, nel 1958, con La Sfida , alla regia di un film tutto suo, dando l’avvio a un nuovo filone del Cinema italiano, quello dei “film inchiesta“, che avrà grande sviluppo nel corso degli Anni ’60, con pellicole come Salvatore Giuliano e Le Mani sulla Città, proseguendo negli Anni ’70 con Uomini Contro e Il caso Mattei, fino al 1997 con La Tregua, il suo ultimo film.

La Sfida è il primo film di Rosi in cui viene affrontato il tema del l’intreccio tra camorra e speculazione finanziaria e viene evidenziato il legame tra capitalismo e criminalità organizzata, dando così l’avvio a quel filone del “Cinema d’ inchiesta “, che avrà il suo sviluppo negli anni ’60, soprattutto per merito di  Salvatore Giuliano, premiato a Berlino con l’Orso d’Argento, e a Cannes con il Nastro d’Argento per la miglior regia ex aequo con Nanni Loy, autore de Le Quattro giornate di NapoliCon Salvatore Giuliano, il cinema italiano modifica radicalmente il suo modo di affrontare l’inchiesta politica che si fa sempre più “rigorosa e obiettiva”, “sfruttando i documenti”  e compenetrando la realtà con la macchina da presa che diventa sempre più strumento di indagine lucida e coraggiosa. L’impegno di Rosi nei confronti di un’analisi sempre più approfondita e scrupolosa dei fatti è già presente nel film La Sfida.

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Il “piccolo trafficante” che nel passaggio dal contrabbando di sigarette al controllo dei mercati ortofrutticoli compie un “salto di qualità nella scala della delinquenza” si inserisce in un percorso narrativo che mette in evidenza i meccanismi speculativi basati su violenza e cinismo che stanno alla base del commercio ortofrutticolo controllato dalla camorra. In questo film Rosi, come afferma la Critica, è ancora legato a“stilemi hollywoodiani.

Rosanna Schiaffino (“genovese travestita da bellezza meridionale”) e José Suarez (impegnato in una coproduzione italo-spagnola) emergono, a detta dei critici, “come due star d’oltreoceano e si muovono all’interno di schemi prestabiliti di stile prettamente americano. Il sonoro è in “presa diretta” (cosa abbastanza rara per il cinema italiano dell’epoca) e, unito al fatto che ai due protagonisti viene concesso un ampio spazio, contribuisce a dare al film un “sapore americano ” che lo fa spesso paragonare a Fronte del porto di Elia Kazan del 1954.

Come nel film di Kazan, anche ne La Sfida “si tenta di illustrare e analizzare le dinamiche che organizzano e influenzano un determinato ambiente economico”, che in questo caso corrisponde al mercato ortofrutticolo. Ma qui, a differenza di Fronte del Porto, ” il tentativo sovversivo non va a buon fine”, come dice Aristarco in  “Cinema Nuovo”. Francesco Rosi, pur partendo dalla  cronaca italiana, come osserva sempre Guido Aristarco in “Cinema Nuovo”, segue un percorso tipico del cinema americano, soprattutto di alcuni suoi generi, che vanno da quello “gangster, da una parte, a quello della “estetica della crudeltà e della violenza”, anche se “di denuncia” come in Fronte del porto, dall’altra. Ciò che però salva il regista dall’accusa di  eccessivo “americanismo ” è il fatto di aver analizzato la storia  in un ambiente preciso e in una corrente non occasionale.   

La Sfida è un film del  1958 diretto da Francesco Rosiinterpretato da José Suarez, Rosanna Schiaffino e Nino Vingelli, con la sceneggiatura dello stesso Rosi, insieme a Suso Cecchi D’Amico ed Enzo Provenzale , prodotto da Franco Cristaldi per la LuxFilm e la Panarecord.

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Il protagonista, Vito Polara, è un giovane napoletano di pochi scrupoli, divorato dall’ambizione di arrivare al successo con i suoi mezzi. Dopo essersi dedicato al contrabbando di sigarette, decide di inserirsi con prepotenza nell’organizzazione camorristica che controlla i mercati ortofrutticoli, capeggiata da Salvatore Aiello che, pur infastidito dalla tracotanza di Vito, in un primo momento lo accoglie, deciso però a fargli pagare caro il suo atteggiamento. Esaltato da alcuni successi riportati, Vito crede di avere ormai in pugno la fortuna. Si fidanza con Assunta e acquista un appartamento lussuoso, caricandosi di debiti. Spinto dall’ambizione e da un’eccessiva fiducia in se stesso, s’imbarca in una impresa pericolosa decidendo di trasgredire agli ordini di Aiello il quale, per fare salire i prezzi, aveva ordinato che nessun carico di pomodori arrivasse in città prima di una settimana. Vito invece promette ad un grossista di fornirgli subito una certa quantità del prodotto e, quando  i contadini, impauriti per la presenza degli uomini di Aiello, si rifiutano di osservare i patti, Vito corre in campagna e riesce a caricare il prodotto acquistato, scortando i carri fino ai magazzini generali, ma qui viene ucciso da Aiello a colpi di pistola.

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Guido Aristarco, in un articolo pubblicato su “Cinema Nuovo” (sett.- ott. 1958), afferma che “colpisce in un esordiente, tanta bella sicurezza di mestiere” e che “il serio esordio di Rosi rivela un temperamento di singolare rilievo”, anche se la costruzione dei personaggi è ancora un po’ debole.

È in questo film che, tuttavia, si notano già in forma embrionale quelle che saranno le linee guida dello stile di Rosi e si avverte la grande influenza che ha avuto su di lui la collaborazione con Visconti in film come La Terra trema (del 1948) e Senso (del  1953). Prima de La Sfida Rosi aveva comunque già cominciato a interessarsi del “fenomeno camorristico”, ad esempio quando aveva elaborato  il progetto del film Processo alla città (nel 1952).

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Ne La Sfida ogni situazione viene spiegato con una chiarezza impressionante, tipica proprio del cinema di Rosi, come si potrà notare ancor di più nei film seguenti, come ad esempio Le Mani Sulla Città del 1963, dove il regista riuscirà ad illustrarci in modo semplice e lineare come funziona un consiglio comunale e come dei consiglieri possono arricchirsi grazie alla speculazione edilizia.

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Fernanda Zuppini