Breve storia del cinema napoletano: “La napoletanità” 

Il cinema napoletano nasce e si sviluppa dall’incontro tra Musica, Arte, Poesia, Teatro e si trasforma in un messaggio culturale che si fa universale e supera i limiti della napoletanità.

Napoli, spesso in concorrenza con Torino e Roma, diventò a cavallo del Novecento la prima Cinecittà italiana grazie alle sue imprese pionieristiche (come quella insediata da Roberto Troncone in una villetta del Vomero), ai suoi teatri di posa, allestiti nei cortili, alle sue dive come la mitica Francesca Bertini.

All’inizio degli anni 20, la Dora Film della famiglia Notari (Nicola nelle vesti di produttore, regista e operatore, sua moglie Elvira in quelle di soggettista e regista ed il figlio Eduardo, col soprannome di Gennariello, in quelle di attore) superò la crisi dell’epoca conquistando il pubblico degli emigrati in America.

elvira_and_nicola_notari

Diventarono celebri film come “A santa notte” o “È piccerella”, le cui sequenze venivano accompagnate dal pianoforte, mentre le didascalie usavano un lessico che imitava la forma spezzata del dialetto.

Con l’avvento del sonoro e la “riforma” del cinema del 1931, varata dal governo fascista, in cui si prevede la centralizzazione del settore a Roma, dove sorgono a carico dello Stato gli studi di Cinecittà,  Napoli viene tagliata fuori dalla produzione e la ricostruzione scenica viene sempre più spesso realizzata nella capitale da produttori come Gustavo Lombardo, Peppino Amato o Raffaele,

Si svilupparono vari filoni di film:

1)  gli storico-letterari (La cieca di Sorrento, o Un’avventura di Salvator Rosa);

2) le commedie popolari di vita napoletana: film direttamente trasposti dal teatro, di cui i massimi mattatori furono Eduardo, Peppino e Titina De Filippo e, poco più tardi, Totò.

3 ) Nel Dopoguerra Rossellini in “Paisà” descrive il senso dell’abbandono morale e del degrado, ma anche del desiderio di rinascita dopo gli orrori della  guerra fascista.

Gli stessi  temi vengono trattati anche  da Eduardo nella poetica “Napoli milionaria“.

Pica - De filippo

Vittorio De Sica gira “L’oro di Napoli“, tratto dai racconti dello scrittore Giuseppe Marotta.

Ettore Giannini, nel 1953 , dirige “Carosello napoletano” , in cui lo spirito “alto” e quello “basso” dell’anima popolare napoletana si mescolano in uno straordinario spettacolo, dove canto, danza e recitazione creano un vivace tripudio di colori.

Con “La sfida “, premiato alla Mostra di Venezia del 1958, Francesco Rosi apre la strada ai film di denuncia sociale con un rigore e un impegno paragonabile a quello dei migliori film noir americani; cinque anni dopo, dirige “Le mani sulla città“, in cui  per la prima volta nel cinema, viene smascherato l’intreccio politico che favorisce il malaffare.

Accanto ai film d’autore, esplode poi un nuovo boom di film popolari: vengono girati  un gran numero di film a basso costo, di facile presa sul vasto pubblico, definiti dalla critica “lacrimevoli-partenopei“, che però venivano incontro al desiderio del pubblico di ritrovarsi con il proprio dialetto e le proprie canzoni, in una serie storie verosimili ma improbabili, decisamente commoventi.

I MaIaspina ” di Roberto Amoroso, costato due milioni di lire, ne incasserà trecentottanta, di cui quarantacinque provenienti da due sale di New York.

                              Sempre più attaccato dalla critica, il cinema napoletano si avviava intanto al declino?

  Si distingue ancora Salvatore Piscicelli con “Immacolata e Concetta ” del 1979 e ” Le occasioni di Rosa” del 1981.

Il cinema napoletano cede a una critica che non voleva più “sole, pizza e mandolino“, e  si rifugia nel piccolo schermo dove ogni giorno, c’è spazio per Antonio de’ Curtis-Totò, Tina Pica, ecc. ecc.: “I due orfanelli”, “Totò al giro d’Italia”, “Fifa e arena”, “Totò cerca casa”, “L’imperatore di Capri”, “Totò cerca moglie” … ,film  in cui trionfano l’arte d’arrangiarsi, la fame, l’imbroglio, la beffa, l’avidità .

Totò diventa così il grande rappresentante della napoletanità  e di quel sottosviluppo partenopeo, che è cinema e dramma reale.

La Storiografia

Per decenni, la scarsa attenzione dedicata al periodo della origini ha creato danni irreparabili specie in termini di perdita di pellicole, di documenti e di testimonianze .

Solo recentemente molte lacune sono state colmate da alcuni storici del cinema come Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli, per merito dei quali il cinema napoletano ha potuto essere riconsiderato e, in parte, rivalutato.

Una testimonianza dei progressi registrati dalla storiografia in questo settore è il volume Il mare la luna e i coltelli, per una storia del Cinema Muto Napoletano, edito da Pironti nel 1988 e ormai quasi introvabile (il volume fu realizzato con il patrocinio degli Archivi Internazionali d’Arte Cinematografica, istituiti dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Napoli e curato da Stefano Masi e Mario Franco). Questo libro  comprende e riassume gli studi e le ricerche di vari altri studiosi quali, innanzitutto, i già citati Bernardini e Martinelli; inoltre si avvale di precedenti ricerche di storici quali Maria Adriana Prolo e Roberto Paolella, nonché del lavoro di Enzo Grano e Vittorio Paliotti, autori, nel 1969, di un volume, Napoli nel cinema, edito a cura dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Napoli. Questi ultimi autori sono tra i primi ad essersi avventurati, non senza ovvie difficoltà, in un territorio in gran parte ancora inesplorato. Ma è Mario Franco che ha dato un contributo determinante alla storiografia del Cinema napoletano.

( queste informazioni sono tratte dal sito napoliontheroad.com )

Appuntamento alla prossima puntata de “Breve storia del cinema napoletano” nella rubrica                  “La Storia di Napoli” di Napoliflash24.it (clicca qui)

Fernanda Zuppini