In quanto esseri mani, usiamo una serie di modi per comunicare tra di noi, tra i quali la comunicazione  verbale occupa solo una piccola parte. Espressioni facciali e body language ne prendono la fetta più imponente.  Apparentemente,  lupi, volpi e cani che sono animali altamente sociali usano una serie di metodi comunicativi pari a quella umana, se non forse ancora più sofisticata.

Da sempre cerchiamo di interpretare lo scodinzolare, il ringhiare e il guaire, ma questi animali intelligenti sanno comunicare anche in altri modi. Una nuova ricerca suggerisce la possibilità che i cani e i loro simili possano inviarsi segnali con gli occhi.

Un team di ricercatori giapponesi ha esaminato le immagini di quasi tutte le specie di canidi e ha scoperto che quelli con un comportamento sociale e comportamenti di caccia molto elevati hanno maggiori probabilità di avere occhi facilmente distinguibili. Hanno poi osservato alcune di queste specie interagire negli zoo e hanno concluso che quelli con gli occhi che erano più facili da vedere avevano più probabilità di essere sociali. I risultati sono stati pubblicati in uno studio su PLoS One.

“Ciò che questo studio dimostra è che esiste una correlazione diretta tra i segni facciali, la socialità e la necessità di comunicare”, ha detto la zoologa Patricia McConnell dell’Università del Wisconsin-Madison, una ricercatrice sul comportamento dei cani che non ha tuttavia partecipato allo studio. 

Gli scienziati hanno diviso 25 diverse specie di canidi selvatici in base alle loro caratteristiche facciali (utilizzando circa una dozzina di foto di individui di ogni specie) in tre gruppi e poi hanno utilizzato la ricerca precedente per caratterizzare il comportamento sociale di ciascun gruppo.

Nel gruppo A per esempio gli esemplari hanno iridi molto più chiari delle loro pupille e volti con segni che rendono facile localizzare i loro occhi. Questi animali, che includono specie come il lupo grigio, il coyote e lo sciacallo dorato, hanno più probabilità di vivere in gruppi sociali e cacciare in branco.

Nel gruppo B ci sono specie in cui solo i segni facciali indicano la posizione degli occhi ma le pupille non sono visibili, come il crisocione, il dingo e la volpe. Questi canidi vivono generalmente da soli o in coppia e ma cacciano da soli.

Gli occhi dei canidi nel gruppo C sono mimetizzati, senza segni né all’interno né intorno all’occhio per distinguerli dal resto del viso. Il gruppo C è costituito per lo più da specie di canidi più primitive, come i cani randagi, i tanuki e i cani selvatici africani, che tendono a vivere in branchi, ma soprattutto a cacciare da soli.

Per testare sul campo i loro raggruppamenti, i ricercatori si sono recati nei giardini zoologici giapponesi e hanno osservato il comportamento di una specie appartenente a ciascuno dei gruppi: lupi grigi (gruppo A), volpi fennec (gruppo B) e cani selvatici (gruppo C). Tutte e tre le specie si guardavano l’un l’altro più o meno lo stesso numero di volte, ma i lupi tenevano i loro sguardi significativamente più a lungo delle volpi o dei cagnolini. I lupi grigi si sono  anche messi in posizioni giocose il doppio delle volte rispetto alle altre due specie.

La comunicazione dello sguardo non è sconosciuta nel regno animale, e l’uomo ne è il primo esempio. Gli scienziati credono che uno dei motivi per cui abbiamo bianco attorno alle nostre iridi sia così da poter capire quello che gli altri stanno guardando. Se certi canidi comunicano con lo sguardo, probabilmente hanno un contrasto elevato tra l’iride e la pupilla, piuttosto che con la sclera (il nome tecnico per il bianco dell’occhio).

McConnell dice che i canidi sono grandi comunicatori, ma abbiamo ancora molta strada da fare prima di capire tutti i tipi di comunicazione che usano. “Si può dire che l’intero corpo di un cane è una fonte di informazione”, ha detto. Questo studio, mentre mostra un legame tra lo sguardo e la socievolezza, non è conclusivo.

Un modo per testare ulteriormente queste teorie sarebbe quello di coprire in qualche modo gli occhi dei canidi e osservare come questo influenza le loro interazioni sociali.

 

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Simona Caruso

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