La Fondazione Banco di Napoli ha avviato un’iniziativa giudiziaria nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze chiedendo al Tribunale delle imprese di Napoli di determinare l’ammontare dell’indennizzo che spetta agli ex azionisti del Banco di Napoli, oggetto di intervento di salvataggio dello Stato nel 1996.

Nella relazione annuale 2020 della Corte dei Conti si rileva che all’esame del bilancio della SGA, oggi AMCO, le riserve provenienti dall’attività di recupero dei crediti del Banco di Napoli al 31 dicembre 2016 erano pari a circa 733 milioni di euro.

Nella conferenza stampa, svoltasi a Napoli nella sede di Via dei Tribunali, Rossella Paliotto, Presidente della Fondazione ha spiegato che l’iniziativa si è resa necessaria in ragione del silenzio serbato dal MEF in merito all’invito al confronto, già inviato nel 2017 e reiterato ad Aprile 2020, relativo alla quantificazione dell’indennizzo previsto dalla legge 588/96.

La stima a oggi dell’intero indennizzo per tutti gli ex azionisti potrebbe aggirarsi intorno al miliardo di euro” ha aggiunto la Presidente Paliotto. “Si tratta di una liquidazione dovuta che potrebbe essere destinata ad incrementare la promozione dello sviluppo economico e culturale del Mezzogiorno, come previsto dal nostro statuto”. La Presidente ha evidenziato come questa iniziativa si inserisca “nel solco tracciato nei secoli di storia della Fondazione, nata per finalità di assistenza sociale ai più bisognosi”.

Gli azionisti della Fondazione furono penalizzati nel 1996 dall’ingresso del Tesoro, quale azionista di maggioranza, a seguito della necessaria ricapitalizzazione del Banco di Napoli che azzerò totalmente il capitale sociale della banca pubblica ed estromise la Fondazione.

L’operazione si rese necessaria, quando, all’improvviso stop dell’attività della Cassa del Mezzogiorno, il tessuto economico – produttivo del meridione attraversò un periodo di crisi che si riverberò sul principale istituto del meridione: il Banco di Napoli.

Quella che venne definita una “gestione clientelare” fu messa sotto indagine dalla Banca d’Italia che decise di ricapitalizzare la banca e in attesa di privatizzarla istituì una bad bank che contenesse tutti i crediti in sofferenza dell’istituto.

La SGA acquistò quasi 9 miliardi di sofferenze al prezzo di 6,4 miliardi di euro attraverso un prestito effettuato dallo stesso Banco di Napoli con un tasso tra il 6% e il 9%. Nel frattempo il Tesoro sosteneva il Banco con un prestito agevolato all’1% (decreto Sindona). La differenza di interessi ha permesso al Banco di Napoli di rifinanziare la bad bank internamente.

Il “sostegno” della Banca d’Italia attraverso il decreto Sindona, getta un’ombra sul fantastico risultato di gestione di recupero della SGA e dà vita a due correnti di pensiero su come siano andate effettivamente le cose.

La corrente meridionale, sostiene che i crediti in sofferenza e il patrimonio della banca siano stati sottostimati da parte di Banca d’Italia e che, quindi, gli azionisti dell’epoca debbano essere ristorati a seguito della cattiva valutazione (in effetti parte della rivalutazione degli attivi della SGA è anche merito dell’aumento del prezzo degli immobili messi a garanzia di quelle sofferenze) che portò BNL e INA ad acquisire l’istituto per soli 60 miliardi di lire, per poi rivenderlo dopo due anni a Banca San Paolo per 6000 miliardi di Lire.

La corrente centro settentrionale, invece, rifacendosi alla questione del decreto Sindona, sostiene che gli utili della SGA siano di tutti i contribuenti italiani, che hanno sostenuto la banca e, a tal proposito, nel 2016 il governo Renzi acquista, attraverso il MEF, la SGA di cui possedeva delle azioni in pegno, rinominandola AMCO.

La finalità dell’acquisto è l’intenzione di impiegare quegli utili, rimasti (dimenticati????) nel bilancio di Intesa San Paolo, a sostegno del Fondo Atlante che avrebbe soccorso le banche venete ed emiliane in difficoltà, tralasciando gli eventuali diritti che per legge avanza la Fondazione del Banco di Napoli.

In tale contesto citando ancora, la Presidente Paliotto: “nasce l’esigenza attuale legata alla rilettura della storia del Banco di Napoli. La ricerca della verità è atto dovuto anche per chi ne ha sopportato il costo, perdendo i risparmi di una vita. Le mancate risposte da parte del MEF e di AMCO rappresentano un silenzio assordante. Ora attendiamo con fiducia, affinché dissolvendosi le nebbie, si possa scrivere un’equa e trasparente conclusione della vicenda”.

Marianna Genovese