La fusione tra Banco di Napoli e Banca Intesa, in programma da anni, è stata ufficializzata lunedì 26 novembre

Due milioni di correntisti sono diventati clienti di Banca Intesa. E’ già giunta loro comunicazione del cambio di Abi, il codice identificativo di una banca, quindi dell’Iban.

Per alcuni è la fine di una “manovra economica oscura, iniziata nel 1990”, la pensano così gli attivisti del comitato “Salviamo il Banco di Napoli”. Sabato scorso assieme ad altri, hanno manifestato davanti alla sede di via Toledo, per smuovere una classe politica silente. Il timore degli attivisti è che il portafoglio clienti e il patrimonio dell’unica grande banca meridionale vada a rimpinguare le casse del nord, soprattutto quelle di banche in difficoltà. Quindi che si creino quei micropoli creditizi, tentati dalla Fondazione Banco di Napoli, senza il pieno sostegno dell’uscente consiglio di amministrazione.

Ci si chiede come mai le operazioni di salvataggio di banche come Monte dei Paschi, Banca Etruria, Banca Veneta e Banca Toscana, non siano state tentate per il Banco. Per i promotori del comitato i crediti, definiti “sofferenze inesigibili”, sono stati almeno in parte recuperati. Lo attesterebbe l’azione della “Società per la gestione delle attività” (Sga), che avrebbe recuperato gran parte dei crediti, realizzando utili per quasi otto milioni di euro nell’arco di vent’anni.

Sono in assonanza con queste ipotesi le dichiarazioni del prof. Adriano Giannola, in passato presidente della Fondazione e attuale presidente della Svimez:

Ho assistito a manovre discutibili che hanno fatto scomparire la più antica banca del mondo. E’ stata venduta, anzi regalata a Bnl-Ina, senza che nessuno fiatasse. Noi del cda avevamo lavorato per raggiungere obiettivi diversi. Ora è auspicabile che ci sia una riabilitazione per quel Banco, diventato un capro espiatorio”.

Il Banco nasce nel XVI secolo dall’unione di otto banchi pubblici dei luoghi pii, di cui il primo fu il Monte di Pietà, nato per elargire prestiti senza interessi. Da “Banco Nazionale di Napoli” diventa “Banco delle Due Sicilie” nel 1808 per volontà del suo re, Murat, che ha come modello il Banco di Francia. Con l’Unità d’Italia è usato per permettere gli investimenti privati, pur operando da istituto di diritto pubblico, come esplicitato nel 1926, almeno fino al 1991, quando è trasformato in spa.

I problemi della crisi attuale risalgono agli anni Ottanta del Novecento, quando la Cassa del Mezzogiorno assegna lavori di varia entità a diverse aziende, chiedendo al Banco di anticipare i soldi di cui esse necessitano e facendosi garante della restituzione degli stessi. Il Banco anticipa 7 miliardi di lire, e quando nel 1984 Pertini, Presidente della Repubblica, scioglie la Cassa per il Mezzogiorno, quasi tutta questa somma non è stata rimborsata al Banco. Ciampi, ministro del Tesoro e Fazio, governatore della Banca d’Italia, pensano che le aziende non sarebbero riuscite a ripagare i debiti, così questi debiti sono dichiarati crediti inesigibili e il Banco è automaticamente dichiarato a rischio di fallimento. Per evitarlo la Fondazione cede il 60% del suo capitale. Dall’asta pubblica ne esce vincente l’offerta pubblica di Bnl-Ina pari a 61 miliardi di lire, contro i 400 miliardi di lire offerti dal Microcredito Centrale, perché in quel momento Bnl è totalmente controllata dal Ministero del Tesoro guidato da Ciampi.
Nel 1997 si crea la Società per la gestione di attività (Sga), che si fa carico dei crediti inesigibili. La Sga in vent’anni ha recuperato il 90% dei 6 miliardi di euro che potevano andare persi, realizzando quasi otto milioni di euro di utili. Cifre davvero ragguardevoli, ma ben lontane dalle ipotesi più realistiche sui costi della chiusura della Cassa per il Mezzogiorno, da cui la scopertura del Banco.

Il prof. Giannola oggi a capo della Svimez, pone in guardia dall’esultanza per l’azione di Sga che oggi opera con i Fondi Atlante 1 e Atlante 2, entrambi attivi per il recupero dei crediti del Monte dei Paschi di Siena.

Per il presidente della Svimez, il danno più grande e irreparabile della repentina cessazione dell’esperienza della Cassa, non è tanto nel fallimento pilotato ed indotto del Banco, quanto nella distruzione della Fondazione, che ha azzerato il patrimonio per dare liquidità al Banco, svendendo il patrimonio che un’intera comunità, quella napoletana e meridionale, ha creato nei secoli. In pratica a oggi, degli interventi pubblici per il Mezzogiorno, lo Stato nelle istituzioni del Ministero del Tesoro ieri, e del Ministero dell’Economia oggi, non ha garantito nei fatti neppure quanto promesso, perché i finanziamenti promessi non sono stati elargiti. La mancata elargizione ha esposto mortalmente il Banco, per salvare il quale si è azzerato il patrimonio della Fondazione, che oggi, fa notare il presidente della Svimez, non può chiedere alcun risarcimento allo Stato, perché la legge 588 del 1996 sancisce che eventuali utili della Sga andranno al Ministero del Tesoro e, solo dopo aver coperto i costi sostenuti da quest’ultimo per il salvataggio del Banco, potranno andare alla Fondazione.

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https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-08-26/banco-napoli-un-eredita-contesa–210452.shtml?uuid=AD8dYdAB&refresh_ce=1