Una pubblicazione edita dalla Banca d’Italia, sulla base di incontestabili analisi, dimostra la manipolazione dei numeri fatta nei decenni passati per sostenere l’atavico sottosviluppo del sud Italia.

Nel loro accuratissimo saggio, apparso sul n.4 dei Quaderni di storia economica di Banckitalia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata Prof. Stefano Fenoaltea  e Prof. Carlo Ciccarelli, grazie a dati statistici raccolti, confermano che l’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale, non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria. Gli economisti di Tor Vergata spiegano come l’attuale sottosviluppo del meridione sia infatti iniziato a partire dall’unità D’Italia, e, a scrupoloso fondamento del loro studio corredato da minuziose tabelle statistiche, prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911.

Banco del regno delle due sicilie

Le tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era pari al 1.13%, quello della Lombardia al 1.37% e quello della Liguria al 1.48%. Da evidenziare come a questo punto fossero già trascorsi dieci anni dallo smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti quali le officine metallurgiche di Pietrarsa e quelle di Mongiana in Calabria: ebbene, nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora all’1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindi più di Torino che era solo all’1.41%.

L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, agli stessi livelli del Veneto che era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%, molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, allo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia di Catanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%. Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.

ferriere

Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania sceso allo 0.93% con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguria all’1.62%, mentre la Sicilia crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo 0.58%, la Basilicata allo 0.51%. Tutto questo è la dimostrazione scientifica che l’arretratezza odierna del meridione non sia dipesa da mal costumi locali o sbagliate strategie industriali, ma sia stata voluta e determinata dagli occupanti settentrionali a tutto vantaggio del nord Italia.

Jerry Sarnelli