Si vedrà se il vertice tra il ministro Minniti e le autorità napoletane produrrà qualche effetto positivo o se si sarà tratto del solo “tavolo”, con impegni tanto solenni, quanto sterili e infruttuosi.
Gli episodi di violenza, con baby-gang che scorrazzano per la città, anche per un evidente effetto di emulazione, avvengono ormai quasi giornalmente. E contribuisce a diffondere a livello nazionale e non solo, l’immagine di una città completamente in balia di piccoli o grandi gruppi di malfattori. Cosi non è, come sanno bene i napoletani, ma il rischio che passi questo messaggio aumenta sempre più.

Il ministro promette altri uomini a presidio del territorio, parla di comportamenti simili alle modalità terroristiche, di bande di giovani che scorrazzano per dimostrare di esistere. O per conquistare i galloni nell’assurda gerarchia della criminalità.
Rafforzare la presenza dello Stato è necessario, ma forse non è sufficiente.
Il lavoro per diffondere la cultura della legalità deve andare più in profondità. A partire dalla scuola, dai centri giovanili di aggregazione, o di quello che ne è rimasto, dai piccoli comportamenti quotidiani.
Sul Mattino, Paolo Macry, raffigura la città come un campo di battaglia tra “in e out”, tra coloro che vivono nei quartieri bene, e i disperati periferie esterne, le più invivibili, quelle che solo un improvvido turista può visitare a caccia di qualche sterile emozione.
Il paradigma interpretativo si rifà allo schema duale centro-periferia, che andava di moda negli anni Settanta del secolo scorso, per interpretare lo scontro sviluppo-sottosviluppo. Quel paradigma non regge più per capire la complessità sociale della moderna “questione urbana”.
Le baby-gang che terrorizzano Chiaia o il Vomero non protestano per una ricchezza da cui si sentono escluse. Non rappresentano la rivolta degli emarginati e sconfitti dalla globalizzazione contro chi ce l’ha fatta. Sarebbe un errore pensare che i quartieri a rischio di Napoli siano come le banlieu parigine.
Qui c’è ben altro. Questi episodi di violenza e di terrore diffuso rappresentano i sintomi di un’altra “modernità”, di una sub-cultura che non riesce a vedere la propria affermazione se non attraverso la violenza, l’illegalità, i traffici illeciti. Settori, fortunatamente, minoritari, ma che macchiano e seminano paura nell’intera città.
Che però non può assolversi. Non può girare la testa dall’altra parte, limitandosi a dire: “ma noi non siamo così”. E ci mancherebbe altro.
La cultura della legalità e del rispetto delle regole riguarda tutti. E passa attraverso una più città pulita, non con i rifiuti scaraventati a qualsiasi ora del giorno per la strada; con il rispetto delle regole del traffico, con il contrasto all’abusivismo economico, alle bancarelle selvagge che trasformano a volte il centro in un suk orientale, con un’economia illegale che “brucia” quella legale. Impazza una micro-illegalità che certo non paragonabile alla follia di sprangare un coetaneo, ma che inquina Napoli e da cui dobbiamo liberarci. È questo il nostro “lato oscuro”.
Qualche settimana fa, anche su giornali nazionali, è impazzata la notizia che con i semafori spenti, la circolazione attorno alla stazione centrale sarebbe migliorata. Una bufala.
E via con i commenti sull’arte dell’arrangiarsi dei napoletani. Sempre in grado di trovare una soluzione e di uscirne fuori.
No, basta. Di questa presunta “creatività partenopea” possiamo fare tranquillamente a meno.

Michele Cozzi