«Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due dei miei. (…) Mia mamma avanti e io appresso. Dove stiamo andando non lo so, dice che è per il mio bene. Invece ci sta la fregatura sotto, come per i pidocchi. È per il tuo bene, e mi ritrovai con il mellone.» inizia così il romanzo di Viola Ardone, e per 233 pagine non riuscirai più a lasciarlo.

Il romanzo “Il treno dei bambini”, dopo il successo alla Fiera di Francoforte, è in corso di traduzione in 25 lingue. Amerigo ha sette anni e deve lasciare i vicoli napoletani per trascorrere a Modena l’inverno del 1946. La Napoli dell’immediato dopoguerra infatti  non è posto per giovanissimi: è difficile sopravvivere alla fame, alla sporcizia, alle malattie, così le donne del Pci organizzano una trasferta di solidarietà, con le famiglie del nord pronte a ospitare i ragazzini del sud e a farsene carico per periodi più o meno lunghi.

I treni della felicità, così vennero battezzati quei convogli in partenza da Napoli e stipati dei figli poveri del Sud diretti verso una nuova vita. È su quel treno che in un giorno d’autunno, anche Amerigo sale, un bimbo di sette anni che sulla banchina della stazione lascia la madre Antonietta, una donna di poche parole e dai modi sbrigativi; una donna che è tutta la sua famiglia, avendolo cresciuto senza un padre.

La malinconia presto sopraggiunta per il ricordo della madre si stempera chiacchierando  con i suoi amici più cari, Tommasino e Mariuccia, che avrebbero condiviso con lui il suo stesso destino. Ecco che il viaggio diventa metafora, il luogo perfetto per guardarsi dentro e maturare.

Una lezione di coraggio, umanità, dignità e speranza, impartita dal linguaggio semplice dei bambini, che l’autrice è riuscita a rimandare senza sbavature. Un linguaggio, puntuale ed efficace, senza per questo perdere d’emozione.

Un’intera generazione, 70.000 bambini che nell’ Italia del dopoguerra, partì per sopravvivere. Un fenomeno di proporzioni enormi di cui si è parlato pochissimo. Come si spiega Viola, questa omissione?

È una cosa che continua a meravigliarmi e che non riesco a spiegarmi. Ho immaginato che le persone che avevano vissuto questa esperienza dalla parte di chi veniva accolto avessero avuto una sorta di pudore a raccontare, dato che loro e le loro famiglie si erano trovati in una condizione di forte bisogno. Ma forse la ragione è politica: dopo il crollo del comunismo e la fine del PCI, quell’iniziativa non è stata più rivendicata da nessun partito e il ricordo è rimasto confinato in una dimensione privata. Questo libro è un modo per riaccendere la memoria collettiva.

 La sua storia fa riflettere sulle emergenze, sovrapponendo quelle antiche a quelle dei nostri giorni. Sarebbe possibile recuperare quel modello per dare sollievo ai bisogni attuali?

Credo di sì. Mettere in contatto persone diverse e dar loro la possibilità di aiutarsi a vicenda potrebbe farci recuperare una “cultura della solidarietà” che un tempo ci apparteneva di più. Oggi prevale l’individualismo, non per cattiveria ma perché non siamo più abituati a percepirci come parte di una comunità molto grande. La comunità degli esseri umani.

 – Perché? Chi ti manda via ti vuole bene?

– Amerì, a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene.

Mamma Antonietta, come tante altre madri del mondo, decide di lasciar andare il figlio. Cosa direbbe a chi mal giudica questa scelta?

Direi che il proprio bene e quello della persona che amiamo, sia essa un figlio, un compagno di vita, un genitore, un amico, non sempre coincidono. Per essere liberi bisogna essere in grado di dare libertà: è una scelta molto dolorosa, ma anche il presupposto del vero amore.

 Fra le altre, nel libro trapela una lezione: per crescere bisogna partire. Pensa che sia sempre valido questo messaggio?

Sì, è scritto nelle fiabe più antiche: c’è spesso un bambino che viene allontanato o si allontana dai genitori e deve affrontare il mondo. Il perdersi nelle strade del mondo mette in gioco le capacità di adattamento e di orientamento. Partire non significa abbandonare o essere abbandonati ma è una delle dimensioni del crescere.

 La voce di Amerigo è sonora e melodiosa. Come è maturata la scelta di scriverlo in prima persona?

Volevo che a raccontare in “presa diretta” fosse uno di quei bambini e che il lettore potesse fare lo stesso viaggio insieme a lui, attraverso i suoi occhi, le sue emozioni, le sue paure.

 La storia de “Il treno dei bambini”, inizia a Napoli nel 1946 e, con un lungo salto temporale, si conclude sempre nella città partenopea. Qual è il motivo che l’ha spinta ad aspettare il ritorno di Amerigo?

Mi interessava capire quali conseguenze potesse avere nella vita di una persona una esperienza così forte. Ho voluto che Amerigo tornasse a casa, da grande, con la sua valigia piena di cose belle e cose brutte e che facesse i conti con la sua storia.

Come lei stessa ha ricordato in una recente intervista, il divario tra nord e sud ancora permane in molti ambiti. Cosa auspica Viola Ardone per un futuro migliore?

Spero che il Sud possa iniziare a crescere autonomamente, non al traino del nord. Anzi, che le sue potenzialità di sviluppo attivassero un circolo virtuoso del quale anche il nord possa beneficiare.

Siamo a conoscenza di un’opzione cinematografica per il suo romanzo. Può regalarci un’anticipazione?

C’è una casa di produzione molto nota che è interessata alla realizzazione di un progetto cinematografico su questa storia. E chissà che tra un po’ il piccolo Amerigo non avrà volto e voce per il grande schermo. Conoscendolo, lui si divertirebbe un mondo!

Grazie Viola. L’augurio è che altre storie, misteriosamente rimaste sepolte, possano arrivare alla sua penna delicata e restituire ancora pezzi altrimenti dimenticati.

Lucia Montanaro

Viola Ardone, nata a Napoli nel 1974, ha lavorato nel campo dell’editoria scolastica e attualmente insegna italiano e latino al liceo. Ha pubblicato per Salani i romanzi La ricetta del cuore in subbuglio (2012) e Una rivoluzione sentimentale (2016). È autrice del racconto in rima, Cyrano dal naso strano (Albe 2017), illustrato dalle tavole di Luca Dalisi. Nell’ambito del laboratorio di scrittura nell’Istituto penale minorile di Nisida, ha pubblicato racconti nelle raccolte: La grammatica di Nisida (2013), Parole come pane (2014), Fuori (2015), Le parole felici (2016), La Carta e la vita (2017) e il romanzo L’ultima prova (2018) con il collettivo di scrittura dei Nisidiani.