“Tutte le volte che ho pianto” di Giunti editore è il nuovo romanzo della scrittrice siciliana Catena Fiorello. La protagonista è Flora, donna bellissima e una vita che la accomuna a tante altre donne. Tradita a oltranza dal marito Antonio, popola le sue giornate di pianto. La decisione sofferta di  lasciarlo è coerente al suo modo di vivere con lealtà e al rispetto per sua figlia Bianca, alla quale non vuol dare un esempio sbagliato.

Un romanzo per chi non ha mai smesso di credere nella vita e nell’amore, commovente e carico di passione.

La scelta del titolo “Tutte le volte che ho pianto” è determinata dalla consapevolezza della scrittrice di quanto, ancor più del sorriso, sia il pianto ad accumunare le persone.

L’Autrice con questo suo nuovo romanzo di sorrisi e lacrime, invita i lettori a liberare le emozioni attraverso il pianto per lasciar fluire quello che hanno dentro.

Ho avuto il piacere di conosce Catena Fiorello a Napoli, in occasione di una sua presentazione. È una donna fuori dai cliché, una donna vera che non usa maschere per compiacere. Accento catanese sfoggiato con fierezza, sorriso aperto e simpatia innata. Rimasi colpita dal talento comunicativo ma soprattutto dal rapporto fra lei e i suoi affezionati lettori. Lo scambio di doni fra la scrittrice e i suoi ammiratori a conclusione di una lunghissima chiacchierata, confermò la precedente sensazione di aver assistito a qualcosa di diverso, una vera e propria serata in famiglia, animata da una  discussione illuminante. Naturalmente desiderai essere fra i suoi eletti amici, ma questa è un’altra storia.

La protagonista del romanzo, Flora, incontra ancora l’amore creando nuove fratture con sua figlia Bianca. Come è riuscita a raccontare con tanta sensibilità le dinamiche di una situazione mai vissuta nella sua vita reale?

Uno scrittore vive delle vite degli altri. Si nutre di immagini, sottrae ai racconti della gente per portare questo patrimonio sui fogli. Quindi, posso scrivere di tutto ciò che io non sono perché lo sono gli altri.

Il pianto è raccontato da Catena come un elemento al centro della vita delle persone, ma per sua stessa ammissione, lontano per molto tempo dal suo volto. Cosa ha tolto e poi restituito all’autrice la capacità di piangere?

Mi ha dato la percezione di essere guarita da una patologia. Vietarsi le lacrime, è come vietarsi una soluzione importante per superare alcuni problemi. Le lacrime talvolta sono una vera e propria medicina.

La storia della protagonista, arriva al pubblico come monito a reagire a tutte le forme di compromesso subite. Un tema purtroppo ancora molto attuale. Cosa direbbe a chi, da vittima, si trovasse nell’incapacità di prendere una decisione?

Se avessi la risposta avrei già vinto il Premio Nobel. A parte la battuta, credo che bisogna trovarsi nelle situazioni, tuttavia credo che abbiamo sempre possibilità di tirarci indietro davanti al compromesso, anche se in certi contesti, o pressati da alcune necessità, non sappiamo come fare. Posso dire soltanto che un’alternativa esiste sempre, magari soffrendo, magari faticando.

La storia di Flora è anche una storia di attesa e saggezza, quasi un suggerimento alla pazienza. La dote della pazienza appartiene anche a Catena?

È la pazienza la vera forza dell’uomo. Sapere aspettare codice alla strada della saggezza. E il silenzio, inalienabile. Altrimenti, i bla bla bla, ci fanno distrarre.

La dote della pazienza, appartiene anche a Catena?

Non sempre. Ho peccato, lo ammetto. Ma l’età che avanza aiuta a recuperare.

Tutte le volte che ho pianto è ambientato nella sua terra, una Messina svelata un pezzettino alla volta mostrandoci fotografie struggenti di Forte San Salvatore, il Borgo di San Saba, Punta Faro. Quanto è necessario alla sua scrittura il respiro della sua terra?

La mia terra ha ispirato grandi registi, scrittori, artisti in genere. È una terra carica di suggestioni, e anche di dolore. Ma è una terra che sa darsi speranza, ed è questa la sua vera ricchezza. Dopo grandi tragedie, con ironie e intelligenza, sappiamo sempre rialzarci.

Restiamo in Sicilia per parlare di accoglienza. Nel suo libro Picciridda lei affronta il tema dell’immigrazione, un argomento che ancora spacca in due il Paese. La piccola Lucia soffre la lontananza dei genitori, costretti dal bisogno ad emigrare in Germania. Storie di solitudini e sofferenze che si ripetono ancora oggi. Cosa direbbe a chi dimenticando il passato e la storia, mostra insofferenza ai bisogni dei più deboli?

Semplicemente che dovrebbe riaprire i libri di storia.

Una famiglia di talenti, showoman Rosario, attore Giuseppe. Catena riesce a trovare un percorso professionale indipendente: autrice, conduttrice televisiva e radiofonica, scrittrice. Quando ha combattuto e ancora combatte contro il pregiudizio che le attribuisce fama e successo in funzione del suo cognome?

È un argomento, se tale può definirsi, che non mi interessa più. Io scrivo, faccio presentazioni, fatico, studio, ho un pubblico che mi segue e ama i miei libri. Preferisco pensare a questo, le cose belle della vita. E anche importanti. L’amico Califano cantava “Tutto il resto è noia…”

 In fine la domanda di rito: Progetti per il futuro?

Aspetto di vedere il film “Picciridda” nelle sale cinematografiche (spero a inizio 2020) e ad Aprile sarò in libreria con un nuovo romanzo. E indovinate un po’ dove sarà ambientato?

A noi piacerebbe fosse ambientato a Napoli! Sarebbe bello guardare la città con gli occhi di una siciliana verace.

Grazie Catena. Per portarci con te nel tuo mondo,  illuminare i nostri pensieri, sciogliere nodi e lacrime. Grazie per il tuo contagioso sorriso.

Lucia Montanaro