Antichi Mestieri di Napoli: ‘O Tavernaro

Questo mestiere era molto diffuso nella Napoli di un tempo visto il gran numero di Taverne che si potevano incontrare in ogni angolo della città.
Giulio Mendozza, nel suo elenco di Mestieri del Passato afferma che molto ci sarebbe da dire sulle numerose e celebri Taverne della città partenopea e racconta che Salvatore Di Giacomo aveva svolto una approfondita ricerca sulle migliori taverne e aveva indicato la Taverna del Cerriglio come una delle più importanti.
Un’altra segnalata era la Taverna delle Carcioffole, presso il Ponte della Maddalena, al cui ingresso si leggeva:

Magnammo, amice mije, e po’ venimmo
nzino che nce sta l’uoglio a la lucerna;
chi sa se all’autro munno nce vedimmo;
chi sa se all’autro munno nc’e’ taverna! 

La Taverna (dal latino taberna -ae), definita anche Osteria, Bettola, Cantina, Vineria, era il luogo in cui si vendeva il vino al dettaglio, ma anche il tipico ritrovo serale popolare degli uomini.
Nel blog Lingua e Cultura popolare tradizionale, in un articolo dal titolo Antichi Mestieri, si legge che la taverna era un locale in cui si andava per bere un bicchiere di vino, per gustare un semplice piatto di trippa o, nei giorni di festa, anche un prelibato piatto al forno.
All’Osteria, tutte le sere dopo il lavoro, molti si recavano per giocare a carte. All’interno c’era sempre una cappa di fumo di sigari e sigarette e gli altri avventori si intrattenevano guardando i giocatori che, vinti o vincitori, si divertivano  a chi dare il vino e chi doveva restare a bocca asciutta.

TAVERNARO
Il Tavernaro, detto anche Oste, era colui che portava al tavolo dei giocatori il vino in una brocca di coccio con alcuni stuzzichini che, in genere, erano delle fritture di pescetti fredde o polpette di carne.
Spesso il Tavernaro svolgeva anche la funzione di confessore e
diventava il custode dei segreti di molte persone che, nel vino, trovavano il coraggio di confidarsi. L’oste aveva per ognuno qualche parola di conforto, ma raramente dava pareri personali.
Al termine di quella specie di confessione, in cui generalmente si limitava ad assecondare il cliente, lo esortava a tornare a casa dalla moglie.
Non era raro vedere ogni sera uscire dalle taverne gente ubriaca, tanto che, per le strade, si sentiva un cattivo odore di vino.
Durante le feste patronali, la taverna si riempiva anche di musicanti, appartenenti alla varie bande rionali, e di forestieri che venivano in città per la festa di un particolare santo di cui erano devoti.
In queste occasioni, i tavoli si riempivano e venivano servite pietanze tipiche a base di carne, che spesso si mangiavano solo una volta l’anno, data la povertà dei tempi.

Fernanda Zuppini