Venerdì 26 luglio è stato presentato un documento unitario di Cgil, Cisl e Uil al presidente della regione Campania, Vincenzo de Luca, sullo stato dell’economia a undici anni dall’inizio della crisi economica. Oltre 100 mila giovani campani sono emigrati nell’arco del decennio, mentre l’occupazione ha subito una flessione negativa del 2%. I posti di lavoro sono stati perduti soprattutto nel settore dell’industria e dell’edilizia. In un incontro su “Industria, innovazione e occupazione“, tenutosi alla Confindustria di Salerno il 25 luglio, Nicola Ricci, segretario Cgil Campania, ha annunciato per lunedì 29 luglio l’incontro col presidente De Luca. La volontà dichiarata è quella di aprire una fase di confronto su vari temi, tra cui ricerca, sviluppo, innovazione e lavoro. Già nel dibattito di Salerno era emerso che, senza una capitalizzazione certa, si andrà indebolendo sempre più l’organizzazione delle piccole e medie imprese nel Mezzogiorno d’Italia, dove questo problema esiste ed è già strutturale. “Le politiche industriali sono scomparse dall’agenda di governo“, denuncia il sindacato, presentando un documento che contiene anche percorsi di soluzione elaborati con le rappresentanze dei datori di lavoro.

Sempre venerdì 26 luglio, il presidente De Luca presentava le linee guida di “Industria 4.0” e di un portale dedicato, “Piattaforma tecnologica Fabbrica Intelligente“, finalizzati alla trasformazione delle aziende manifatturiere attraverso l’uso della tecnologia digitale. E’ un passo ritenuto necessario per lo sviluppo, secondo De Luca, considerando che questo mercato vale 3.2 miliardi di euro e sarebbe cresciuto del 35% nel solo 2018.

Abbiamo chiesto spiegazioni al presidente di Confindustria Salerno, Andrea Prete, presente al dibattito organizzato dai sindacati il 25 luglio.

Ingegnere e imprenditore, socio e dirigente di Imc srl, azienda che esporta l’80% del prodotto, cavi elettrici per l’automazione industriale, in venti paesi, Ue ed extra Ue. Dal 2018 è anche vicario di Unioncamere.

D– Confindustria come fotografa la situazione dell’industria in Campania?

R– C’è un grande allarme per la situazione, che si trascina da troppi anni. Per la sola Campania al Ministero dello Sviluppo Economico esistono oggi ottanta tavoli di trattative in atto. Dobbiamo recuperare molto, se si pensa che si sono bruciati gli anni di investimenti che avevano portato l’Italia ad essere il secondo Paese al mondo per industria manifatturiera.

D– Abbattimento del cuneo fiscale, decontribuzione e, di contro, lotta all’evasione fiscale: può essere questo il giusto compromesso tra le ragioni dell’imprenditore e quelle dello Stato sociale?

R– L’abbattimento del cuneo fiscale va bene al pari della decontribuzione. Ovviamente, siamo contrari a ogni forma di reato, inclusa l’evasione fiscale. Tutte queste sono politiche chieste da decenni e mai realizzate da chi può legiferare. Eppure, chi governa dovrebbe sapere che il lavoro non lo si crea per decreto. E che la vera ricchezza nasce dall’occupazione. Solo creando un circuito virtuoso, l’imprenditore ha lavoro da offrire. L’assistenzialismo serve ben poco. Faccio un esempio: è in atto la campagna del pomodoro. A oggi i nostri imprenditori non hanno abbastanza operatori stagionali, perché, quest’anno molti stagionali sono anche percettori di reddito di cittadinanza e hanno paura di perderlo, accettando il lavoro. Qualcuno chiede di lavorare in nero. Sin dall’inizio, abbiamo contestato molto il reddito di cittadinanza, perché non crea opportunità e a oggi abbiamo queste prime conferme dal mercato del lavoro. Altro dato molto allarmante è il tasso di disoccupazione giovanile, che si attesta al 51%. Un tasso così alto non lo abbassi con Quota 100.

D– Come si interviene su un tasso simile? Spostando i finanziamenti pubblici dalle grandi alle piccole e medie aziende, radicate sul territorio?

R– Agevolare le imprese a crescere non vuol dire dare a queste dei soldi. Vuol dire diminuire i costi che devono sostenere per produrre. Faccio un esempio. Uno di quelli che accadono nella vita di un imprenditore italiano. Per rafforzare la mia azienda, faccio un mio progetto e ho bisogno di atti che mi autorizzino ad avere sgravi o a costruire un qualcosa, tipo un capannone: se per avere quell’atto pubblico, o quell’autorizzazione, devo aspettare tre anni invece di tre mesi, i posti di lavoro li creo solo ipoteticamente, al pari del mio progetto. E, nel frattempo, l’economia, che ha ritmi molto veloci, mi chiede di pensare già ad altri problemi da risolvere. Il porto di Salerno, per esempio, è la prima azienda della città e una delle principali della regione. Il numero dei posti di lavoro si è mantenuto sempre costante o in crescita. Tranne lo scorso anno. La riduzione è stata causata dalla contrazione del traffico portuale, ridottosi di quasi il 7%, perché da tre anni non si fa il dragaggio. Cioè, da tre anni non si ripuliscono i fondali del porto, che, ripeto, è la prima azienda della città e le navi, che sono di mole sempre più grande, non possono entrare o attraccare al porto. Quindi, vanno altrove, portandosi appresso altri posti di lavoro, che per noi sono persi. A meno che, non si intervenga presto con un atto, che limiti i danni già fatti.

D– La piccola e media industria, che poi è quella radicata sul territorio, come può conservare almeno il tessuto industriale creato nei decenni?

R– A volte, il problema della liquidità esiste, ma come detto prima, un’azienda non chiede soldi allo Stato, ma pretende efficienza e servizi. Se chiedi a un pubblico ufficiale l’autorizzazione per far partire dei lavori, come quelli di dragaggio, e il pubblico ufficiale tentenna per la paura di prendere decisioni, che potrebbero portare a ritorsioni nei suoi confronti o, di contro, a indagini, allora, dobbiamo capire che va bene vigilare sulla correttezza delle procedure e sull’onestà di chi vince gli appalti, ma questo non può avvenire a discapito di chi è chiamato a prendere delle decisioni. Il ché dimostra che la decisione sugli investimenti la si prende anche sull’onda del comune sentire. Pensiamo alle Fonderie Pisano, una delle più antiche realtà industriali del Mezzogiorno. Il sito industriale è a Salerno dagli anni Sessanta. Dal 2007, anno in cui il tribunale ha chiesto all’azienda di fare nuovi impianti per risolvere l’annosa questione ambientale, centocinquanta posti di lavoro sono a rischio e altri non se ne creano, perché prevale la paura dell’inquinamento, e nessuno vuole che nella propria area industriale sorga il nuovo impianto, che sarebbe per forza di cose rispettoso di tutte le leggi. Queste paure infondate le ritengo delle aberrazioni in un momento così grave per l’economia italiana, che è a un passo dal baratro.

D– Il sindacato si dice pronto alla mobilitazione nazionale purché il governo attui un politica industriale che parta dal Sud, dalla Campania, dove “il rallentamento economico ha aperto nuove crisi, che in autunno potrebbero sfociare in un’unica vertenza”.

R– Dico che, senza una vera politica industriale, è normale che gli imprenditori fuggano. Oggi esistono manovre per ridurre le tasse. Mi chiedo se esistono le coperture finanziarie. Chi governa, ce ne dia conto. Che il contesto generale sia molto preoccupante, è vero. Per me, lo scenario è molto negativo. E mi riferisco a uno scenario nazionale, oltre che meridionale. Insomma, basta guardare i dati di Standard&Poor’s, resi noti anche questi il 26 luglio. E’ fondato il timore di indebolirci, al punto di condividere con la Grecia un destino comune.