La Bellezza salverà Napoli: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

È buona educazione non sottolineare l’età di una Signora, ma nel suo caso è da dire, e a gran voce: Amelia Cortese Ardias, una donna che ha fatto la Storia di Napoli, una persona sempre fedele ai suoi ideali, ha da poco spento 102 candeline e, grazie alla sua carica e al suo brio, dà punti a tantissimi molto più giovani di lei.

Chiacchieriamo telefonicamente come se fossimo davanti a una tazza di thè: la sua voce è brillante e calda, il timbro deciso e corposo.

In un arco temporale di 25 anni, la dottoressa Cortese Ardias, spesso chiamata Donna Amelia, si è impegnata, senza risparmiarsi, nell’attività politica della nostra città, ricoprendo innumerevoli ruoli al Comune, in Provincia e in Regione. Qui è stata eletta per quattro legislature, occupandosi di vari assessorati, sino a essere nominata vice presidente della Giunta Regionale nel 1993 e vice presidente del Consiglio Regionale nel ‘94.

«Mi sono sempre dedicata molto ai deboli, ai malati, e ritengo che una donna impegnata in ruoli istituzionali debba approfittare degli strumenti che ha a disposizione per intervenire soprattutto sul sociale – penso agli emarginati, alle vittime delle diseguaglianze. Ecco, a mio parere, una donna in politica deve avere un alto grado di sensibilità sociale. Ciò che noto però, è che non si registra un aumento del numero delle donne in politica e questo è senza dubbio un lato negativo.»

La Cortese Ardias è stata firmataria di provvedimenti che hanno fatto la differenza nella qualità e nella dignità della vita di molte persone, soprattutto delle donne. Temi forti come il divorzio e l’aborto l’hanno vista profondere le sue energie, e a lei si deve l’istituzione della Consulta femminile regionale.

«Una legge regionale a cui tengo molto è quella che impose agli ospedali di permettere alle madri di rimanere accanto ai figli degenti: la Campania fu la prima regione in Italia a promuoverla, grazie a me, e poi ci seguì il Piemonte e via via altre regioni. Il fatto è che io rimasi colpita da un mio nipotino che fu ricoverato in ospedale e noi familiari gli rimanemmo vicino. Lì, vidi gli altri bambini soli e quindi capii l’importanza, per un bambino che non sta bene, di avere accanto i propri cari.»

L’opportunità data da tale norma è stata riconosciuta come un determinante apporto nel successo della cura dei piccoli.


«Poi ho tenuto molto anche all’acquisto della Gaiola: quando ero assessore, con un residuo di bilancio riuscii a comprarla all’asta, perché rischiava di finire in mano ai contrabbandieri, e fu così che diventò patrimonio della Regione Campania. Il Marchese Alfredo Diana, che abita lì vicino, mi citò, per questo evento, nel volume che scrisse su quello che è uno dei luoghi di maggior fascino della nostra città. Per il resto, non è una notizia molto risaputa o comunque è stata dimenticata.»

«Ricorda qualche sua sconfitta politica?»

«Sinceramente no. Tutte le battaglie politiche che ho ingaggiato hanno trovato l’adesione anche degli altri partiti. Non ho mai avuto ostruzionismo, anche perché ho sempre fatto proposte di legge nell’interesse degli altri.»

Parliamo anche di suo marito, Guido Cortese, che è stato un avvocato, esponente di rilievo del Partito Liberale, deputato all’Assemblea Costituente, vicedirettore de Il Giornale, più volte consigliere comunale e deputato parlamentare, sottosegretario in vari governi nazionali, ministro dell’industria nel governo Segni; a lui si devono leggi importanti che contribuirono al rilancio del Mezzogiorno. È andato via a soli 56 anni, dopo 21 di matrimonio.

«È stata una fortuna, per me, incontrarlo: ci siamo individuati e scoperti. La politica, è stato il nostro collante: abbiamo avuto una perfetta affinità di interessi, senza mai una discordanza. Ed io gli sono stata molto vicina nella sua carriera politica.»

Dal loro matrimonio sono nati quattro figli ma purtroppo il primo, Roberto, ha vissuto troppo poco – un altro immenso dolore nella sua vita – ed è alla memoria di questi due uomini che è stata intitolata la Fondazione Cortese, la cui attività consiste nel promuovere iniziative, convegni, ricerche e borse di studio al fine di approfondire il dibattito sui cambiamenti culturali della società contemporanea, direttamente correlati a quelli economici, politici e sociali.

«La Fondazione in questo momento risente della mia stanchezza e della mia vecchiaia ma si è occupata di tutto ciò che potesse ricordare l’azione di Guido a favore del Mezzogiorno e di Napoli e quella di Roberto, che finché è stato in vita, è stato estremamente attivo in campo giuridico e in quello culturale in senso ampio, dedito soprattutto alla storia di Napoli, che amava molto. Ora è il vice presidente, Fulvio Tessitore, che continua a occuparsene, insieme a mio figlio Paolo.»

Una vita fittissima, quindi, fatta innanzitutto di studio e di approfondimenti, a cominciare da una laurea in Lettere.

«Ho amato molto lo studio, il latino, il greco e la cultura classica in particolare, perciò scelsi la facoltà di Lettere. Ricordo ancora il nome di alcuni professori dell’epoca, come Antonio Aliotta, docente di Filosofia e Vito Carmelo Colamonico, di Geografia. Quando mi laureai, per mio padre fu una sorpresa… Sa, mia madre è morta giovanissima e lui, ancor giovane, iniziò a fare una vita indipendente, senza sapere nulla del mio percorso universitario. Ci rispettavamo a distanza

«Poi l’incontro con suo marito e l’intenso impegno politico e sociale. Ma insomma le cose frivole non le piacevano?»

«Le frivolezze mi sono piaciute e mi piacciono, invece: credo che siano importanti anche per umanizzare la vita, che altrimenti diventerebbe una cosa arida, come un libro da leggere ma da mettere in biblioteca. Una delle mie frivolezze è l’amore per la musica, che ho vissuto anche attraverso l’assidua frequentazione del San Carlo. E la musica riempie ancora le mie giornate. Proprio oggi ho ascoltato un concerto di Mahler, che comunque, le dirò, non è tra i miei preferiti. Mio figlio Paolo, che è un grande musicofilo, mi fa da guida, indicandomi cosa seguire. Forse, più che una frivolezza, è una parte fondamentale della mia vita. Ogni giorno, le mie attività preferite sono proprio ascoltare musica e leggere, innanzitutto i giornali: non potrei cominciare la giornata senza, anzi, sempre con più d’uno, per il piacere di confrontare le diverse opinioni.»

«Una costante nel suo agire?»

«Il mio grande interesse per l’umanità. Sono stata sempre molto aperta al rapporto umano, ho coltivato il culto dell’amicizia, di coloro che ti riempiono la vita. Dobbiamo saper apprezzare chi fa parte del nostro mondo e dobbiamo vederlo come un arricchimento della nostra esistenza.»

Le chiedo di confidarmi un sogno che non si è coronato e uno che invece è stato un successo.

«Un sogno che non sono riuscita a realizzare è fare la scrittrice: scrivere è stata la mia passione da quando ero ragazza. Per un periodo, molto giovane, mi sarebbe piaciuto fare l’attrice, ma poi il più grande desiderio è diventato fare la scrittrice. Certo sono stata giornalista, ho scritto più di 500 articoli per Il Mattino!», dice con tono orgoglioso. «Invece il sogno che sono riuscita a realizzare è il sogno di una famiglia: io adoro la mia famiglia, che è meravigliosa. I miei figli mi hanno dato quattro nipoti e ho anche due pronipoti, e ciò che vorrei per loro è che fossero sempre onesti e mai egoisti.» E con tono assertivo: «L’egoismo, nella mia casa, non è mai esistito.»

«Si considera soddisfatta?»

«Guardi, in generale non ho mai fatto bilanci e non ne faccio. Ognuno dovrebbe fare quello che veramente si sente di fare per riuscire nella vita. E posso dire che io l’ho fatto, quasi del tutto.»

«Una rovina, nella nostra città, che la preoccupa?»

«L’involgarimento. Trovo che Napoli lo stia vivendo da un po’ di anni a questa parte e questo mi impensierisce… insomma, non è più Napoli nobilissima. L’utilitarismo è troppo imperante e tanti valori sono stati accantonati. Non vedo un grande interesse culturale in giro. Nonostante tutto, sono orgogliosa di essere napoletana sempre, di Napoli com’era e com’è. Ho vissuto molto a Roma, prima con mio marito, quando era deputato, e poi quando facevo parte della direzione del Partito Liberale, e mi sarei potuta a giusta ragione trasferire lì. Alcuni invece mi volevano a Milano, perché la trovavano una città adatta a me. Ma io non ho mai pensato di lasciare Napoli, perché la amo e sono felice di essere napoletana.»

«E se volesse sintetizzare qual è la cosa che più manca a Napoli per vivere bene o almeno meglio?»

Un breve silenzio di sospensione e poi: «Un maggior senso di responsabilità, nei confronti degli altri e della città. Il napoletano è troppo menefreghista!»

Visto che il tema è ancora caldo, ahinoi, le chiedo, in ultimo: «Come ha vissuto la pandemia da COVID 19 e la quarantena?»

 
«Con molta incoscienza! Infatti i miei figli me lo rimproverano sempre.»

«Ma lei lo è stata sempre, incosciente?»

«Mah… in guerra, per esempio, c’erano altri pericoli ma li vivevo senza farne una tragedia, anche quando c’erano le bombe. Ascolti, una cosa che ho imparato nella vita è accettare, senza farsi travolgere.»

Luciana Pennino

La foto di copertina è stata realizzata da Riccardo Siano che l’ha gentilmente messa a disposizione di Napoliflash24 per questa intervista.