Sono in fase di presentazione le candidature per la carica di rettore dell’Università di Bari periodo 2019/2025 e tra coloro che hanno annunciato la propria ci sono i Professori Bellotti (fisica), Bronzini (lettere) Celano (veterinaria), Di Rienzo (giurisprudenza), Logroscino (economia), Pirlo (informatica). La facoltà di medicina esprime al momento due candidati: il preside Prof. Loreto Gesualdo, ordinario di Nefrologia, e direttore della U.O.C. Nefrologia e Dialisi, e il Prof. Angelo Vacca, ordinario di Medicina Interna e Direttore della Medicina Interna “Guido Baccelli” presso il policlinico di Bari.

Abbiamo chiesto al Prof. Vacca di rilasciarci una breve intervista sul suo programma elettorale, che ci è stata gentilmente concessa.

Prof. Vacca, ritiene che il numero di candidati al rettorato sia eccessivo e che possa rappresentare un problema per lei?

In quasi tutte le competizioni elettorali ci sono più candidati, soprattutto quando le posizioni si concorre sono di grande rilievo, e questo è sempre accaduto nelle ultime elezioni per la carica di rettore della nostra università. Personalmente non lo reputo un problema, ma anzi un modo per un confronto sulle problematiche specifiche delle varie aree culturali del nostro ateneo.

Quindi?

Quindi confido nel fatto che la nostra comunità accademica saprà scegliere il programma che più di altri sia inclusivo e prenda in considerazione la totalità delle istanze e sappia proporre validi strumenti per la gestione e risoluzione delle problematiche esistenti, senza perdere di vista la proiezione del nostro ateneo verso le nuove sfide della formazione e del lavoro. Sarò il candidato rettore di tutta l’università di Bari, non il candidato di medicina.

Cosa pensa del problema della potenziale incandidabilità sollevato da alcuni suoi colleghi? Crede che ci siano effettivamente candidati che potrebbero essere esclusi?

Personalmente non intendo entrare nel merito di un problema che non mi riguarda, poiché lo scorso ottobre ho lasciato la carica di prorettore proprio per poter essere libero di potermi confrontare con tutti gli elettori, sia che fossero studenti, personale tecnico amministrativo o docente.

A proposito del confronto con gli elettori, il suo programma sembra essere molto articolato e ambizioso.

È un programma che deve essere sviluppato nell’arco sei anni, un tempo adeguato per potere realizzare i percorsi previsti nella mia visione dell’università inquadrata in una vera ottica universalistica ma che non trascura le specificità. Ecco perché ho voluto realizzare una serie di incontri con tutti gli attori interni dell’università e con gli stakeholders del territorio, istituzioni e imprese, per un confronto costruttivo e interattivo su tanti temi di interesse comune. Sin dai primi due incontri, infatti, ho voluto affrontare il tema della innovazione didattica e dei rapporti col territorio, un argomento di crescente attualità nell’ambito della più tradizionale mission dell’università, la didattica appunto.

Lei ha sempre lamentato la perdita di risorse umane del territorio in favore di altre regioni o di altre nazioni, ma quali soluzioni prevede?

Vede, formare un bravo professionista ha un costo elevato sia in termini economici che sociali, con importanti ripercussioni sul territorio di origine dello studente e sul territorio di interesse dell’università. Parliamo di costi di decine di migliaia di euro per ogni studente che al termine del suo percorso formativo lascerà (o dovrà lasciare) il proprio territorio, costi che saranno a carico delle famiglie che hanno affrontato spese importanti per garantire la formazione dei propri figli, ma anche dell’università che avrà impegnato personale e strutture, nonchè del territorio che non potrà fruire di quelle competenze professionali che potrebbero contribuire alla crescita dello stesso.

Non ho una ricetta magica per risolvere questo problema, ovviamente, ma una serie di proposte operative percorribili che ho avuto modo di discutere in alcuni miei forum con i vari attori del processo: studenti, personale dell’università, rappresentanti del mondo imprenditoriale e politico. Nel corso di questi incontri è emersa chiaramente la volontà diffusa di volere interagire virtuosamente con l’università, favorendo l’adeguamento della formazione e della ricerca al mutevole mondo del lavoro per favorire l’inserimento lavorativo dei nostri studenti.

La ricerca è un tasto dolente dell’università italiana, sempre a corto di risorse e costretta a rincorrere le altre università di altri Paesi, senza dimenticare il divario tra nord e sud.

La ricerca richiede certamente investimenti importanti, soprattutto in alcuni ambiti disciplinari, ma se andiamo a vedere i risultati della ricerca italiana possiamo osservare una qualità molto elevata rispetto ad altri Paesi che impegnano molte più risorse da dedicare ad essa, tanto che alcuni stati stanno pensando di ridurre il finanziamento pubblico per la ricerca prendendo ad esempio l’Italia. Per questo, come dicevo, ho preso atto con favore della disponibilità manifestata da imprese del territorio di volere sostenere la ricerca. Badi bene, quando parlo di ricerca mi riferisco a quella che viene svolta in tutti gli ambiti disciplinari, non solo quella scientifica che magari trova maggiore attenzione e risalto nei media. In campo accademico è ricerca anche quella umanistica ad esempio, e la nostra università ha prodotto negli anni illustri esempi di ricercatori di fama che hanno prodotto grandi avanzamenti culturali nel loro campo.

A proposito di ricercatori, è di questi giorni l’ennesimo stato di agitazione dei ricercatori a tempo indeterminato (RTI), messi ad esaurimento dalla legge Gelmini, che minacciano l’astensione dalla didattica. Qual è la sua posizione rispetto a questa categoria?

Quello dei ricercatori a tempo indeterminato è un problema a me molto caro, cui ho dedicato un forum monotematico lo scorso 13 marzo. La legge 240/2010, nota come legge Gelmini, ha previsto l’abrogazione di questo ruolo e la possibilità che gli RTI possano assumere incarichi di insegnamento, non avendone obbligo, ricevendo un pagamento aggiuntivo nei limiti dell’impegno orario e delle risorse degli atenei. Questo ha determinato il verificarsi di situazioni molto diverse tra i singoli atenei, con disomogeneità di trattamento legate a diverse interpretazioni della norma che hanno portato, in alcune sedi, al ricorso alla giustizia amministrativa. Personalmente sono intervenuto in qualità di prorettore, circa tre anni addietro, per portare a sanare una situazione che penalizzava i ricercatori di alcune aree scientifiche. Gli RTI sono una risorsa e non un peso per l’università e la loro professionalità e importanza nel mantenimento dell’offerta formativa deve essere riconosciuta.

Nel corso del forum del 13 marzo hanno partecipato molti RTI, anche di altre università, e dopo avere analizzato la situazione locale e nazionale di tale figura sono state avanzate alcune proposte per il miglioramento del loro status e a cui ho apertamente aderito, che hanno portato alla definizione di un documento da sottoporre al ministro a cura del Coordinamento nazionale degli RTI. E sono lieto che il ministro abbia ritenuto quelle proposte valide, come dimostrato dal recente provvedimento dell’11 aprile per favorire il passaggio al ruolo di professore associato per gli RTI in possesso di abilitazione scientifica.

Una dimostrazione, quindi, che lei sta lavorando nella direzione giusta. Allora il problema ricercatori a tempo indeterminato è risolto?

Operare nella giusta direzione significa avere il polso della situazione e fare una corretta analisi delle situazioni e delle possibili soluzioni, che vanno trovate e attuate col concorso di tutte le istituzioni, nazionali e locali quali il MIUR e la Regione, ma non solo.

Se provo soddisfazione per l’iniziativa del ministro, non posso certo considerare chiuso il problema degli RTI, sia perché non tutti rientrano nel campo di applicazione di quel provvedimento, sia perché i ricercatori hanno ulteriori necessità che vanno soddisfatte. Ad esempio, non è possibile che un ricercatore che lavora in un laboratorio debba curare da solo la gestione della strumentazione di laboratorio, gestire un piano finanziario per accedere ad un grant europeo, oppure definire un business plan per la realizzazione di una spin off per il trasferimento tecnologico al territorio o alle aziende. Queste attività devono essere supportate da un personale tecnico amministrativo preparato e gratificato per il proprio impegno, costituendo strutture dedicate a tali attività all’interno dell’ateneo e dei singoli dipartimenti, altrimenti parlare di reale  internazionalizzazione e di terza missione diventerà sempre più difficile nel nostro mondo in continua evoluzione.

Il personale tecnico amministrativo dell’università lamenta spesso anch’esso l’assenza di adeguati riconoscimenti per l’attività svolta.

Il nostro personale tecnico amministrativo ha sempre svolto attività importanti per la crescita dell’università di Bari, e certamente va anche a loro il merito per la risalita del nostro ateneo nelle varie classifiche che vengono redatte annualmente, tra cui quelle recentissime che ci vedono finalmente a livelli di assoluto rilievo. Di questa crescita siamo stati tutti artefici, a partire dal rettore Uricchio per finire agli studenti, ma la macchina amministrativa che ha lavorato negli ultimi anni per l’ottimizzazione dei risultati è costituita prevalentemente da personale tecnico amministrativo. Ecco perché ritengo che essi vadano incentivati, prevedendo forme di aggiornamento e progressione professionale che tengano conto delle specificità dei lavoratori e delle attività a cui sono preposti. Inoltre, oggi tale personale vede sminuito anche il proprio peso elettorale interno all’università, se consideriamo che per costituire un voto valido devono votare sette persone. Su questo punto ritengo che se parametrazione deve esistere rispetto al voto pieno del personale docente, questa debba mantenersi su valori decisamente più accettabili e non inferiori ad 1:3.

Nel personale tecnico amministrativo una grossa fetta di insoddisfazione viene lamentata da coloro che svolgono attività assistenziale.

Quella della attività assistenziale del personale tecnico amministrativo conferito in convenzione è una annosa diatriba, che ha visto l’intervento di un lodo arbitrale e di successivi giudizi che finora non hanno portato ad una effettiva e condivisa risoluzione. Il problema fondamentale riguarda coloro verso i quali è stato adottato un provvedimento di risoluzione del rapporto di convenzione sulla base del predetto lodo, con importanti ricadute economiche e ripercussioni sulla gestione familiare, ma il tema riguarda anche coloro che potrebbero e dovrebbero essere conferiti in convenzione che però, a causa della assenza di una risoluzione definitiva, restano nel limbo.

A proposito di internazionalizzazione, la gestione del rettore Uricchio ha portato ad una notevole espansione dei rapporti con l’estero, come lei stesso ha riconosciuto.

Certamente, e dovremo continuare su questa strada migliorando e incrementando la rete dei rapporti con altre università e aggiornando l’offerta formativa con altri corsi da realizzare interamente in lingue straniere, sulla scia di quanto viene già fatto, ad esempio, per medicina ed economia. Ma dovremo ulteriormente potenziare lo scambio di visiting professors e visiting researchers, nonché la partecipazione di studenti ai programmi di mobilità internazionale ampliando la platea dei potenziali partecipanti, anche reperendo ulteriori risorse attraverso lo sviluppo di network con altre istituzioni e imprese.

Lei torna spesso sui rapporti con il territorio e l’impresa, ma qualcuno storce il naso quando si parla di interventi esterni nell’università.

Questi rapporti non sono una anomalia e sono regolamentati da specifiche normative, tra cui anche la legge Gelmini. Nel mondo globalizzato attuale è impensabile che l’università possa essere uno spazio autoreferenziale isolato dal contesto sociale in cui opera, e tutte le istituzioni universitarie e di ricerca realizzano accordi con imprese del territorio su cui insistono o insediate altrove, anche all’estero. E questo rapporto virtuoso può avere solo ricadute positive sull’università anche in termini di richiamo di studenti, che vedono la possibilità di interagire col mondo produttivo già prima della laurea. A conferma di ciò mi ricordo al termine di un forum su questo tema, a cui ha partecipato anche il Prof.  Cingolani dell’IIT, l’intervento di uno studente che esprimeva il suo ringraziamento per avere avuto per la prima volta la possibilità di un confronto con rappresentanti del mondo imprenditoriale e del lavoro che gli avevano fatto comprendere quali opportunità di impiego e spendibilità del titolo che intendeva conseguire fossero presenti anche sul nostro territorio.