Ma cosa c’è dietro i sempre più frequenti fenomeni meteo che danneggiano il nostro territorio e non solo?

Anche oggi è stata diramata un’allerta meteo dalla Protezione Civile che dice: fenomeni meteorologici avversi per venti e mare previsti dalle ore 18:00 di oggi lunedì 22 marzo 2021 e fino alle ore 23:59 di martedì 23 marzo 2021, salvo ulteriori valutazioni. Sempre più spesso assistiamo, impotenti, a fenomeni metereologici che arrecano molti e consistenti danni. È ancora vivo il ricordo della fortissima mareggiata che, oltre a distruggere il secolare arco borbonico, ha ulteriormente messo in ginocchio i commercianti del lungomare devastando le loro attività. Ogni volta che accade si riapre il dibattito sui cambiamenti climatici, spesso sbagliando obiettivo. Infatti si tende a ritenere che il problema sia l’evento che lo ha causato, perdendo di vista la globalità che, invece, attiene all’ambiente in cui viviamo e le cui componenti sono strettamente connesse tra loro. Insomma, i danni sul lungomare partenopeo sono stati sì causati dalla mareggiata, ma è la sua origine che dovrebbe preoccuparci, perché la sua violenza è solo una delle conseguenze del cambiamento climatico causato dall’uomo.

Viviamo in un ambiente fatto di risorse che oggi sfruttiamo per la produzione materiale o per fare economia, così da soddisfare le richieste che lo sviluppo demografico crea, ma, se questi aspetti non raggiungono un equilibrio, il rischio è grande e immediato. I danni, che da decenni stiamo arrecando all’ambiente non avranno ricadute in un futuro lontano, ma nel presente nostro e dei nostri figli.

Ma come può l’oro blu di Napoli, il mare, trasformarsi in un fenomeno distruttivo? E cosa ci insegna la sua inaspettata metamorfosi? Per capirlo, cerchiamo di conoscere un po’ meglio la distesa d’acqua che bagna la città. Iniziamo col dire che il mare copre per circa 2/3 il nostro pianeta e che è essenziale per la vita sulla Terra. Lo avevano capito anche i nostri avi, che lo esprimevano attraverso la leggenda della Sirena Partenope, portata dalle correnti marine sugli scogli di Castel dell’Ovo, dove si sarebbe dissolta dando forma al paesaggio partenopeo, di cui tutti possono goderne i frutti. Senza il mare non ci sarebbe vita sul nostro pianeta anche perché, sebbene non sia noto a tanti, gli oceani sono i maggiori generatori di ossigeno del pianeta: ne producono più di 4 Amazzonie e, inoltre, assorbono più di 1/3 dell’anidride carbonica che produciamo e che, come vedremo, è troppa. Tra oceani e atmosfera c’è un continuo scambio di gas, per cui, poiché l’anidride carbonica in atmosfera è in continuo aumento, lo è anche quella presente nelle acque marine e oceaniche: queste arrivano a disciogliere circa il 30% della CO2 che produciamo. Purtroppo, però, questa azione di pulizia comporta anche che l’anidride, reagendo con l’acqua, possa produrre l’acido carbonico, che è il principale artefice dell’acidificazione degli oceani. Si è calcolato che dall’inizio della rivoluzione industriale a oggi, gli oceani hanno subito un’acidificazione di circa il 26%, il che compromette la vita di alcuni organismi marini essenziali per la vita, come coralli e molluschi, che vengono sciolti da questo processo chimico. Da tutto ciò si genera un ulteriore aumento del livello dei mari, che va a sommarsi a quello causato dal riscaldamento globale, e che provoca lo scioglimento delle calotte polari. L’acqua del mare, inoltre, essendo più calda, si solleva costantemente. Nell’ultimo secolo, il livello del mare si è alzato di circa 30 centimetri e attualmente si solleva di 3,2 mm ogni anno ma, purtroppo, tale fenomeno è in accelerazione. Secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia la spiaggia di Cesenatico, che sopravvive già grazie all’intervento umano, nel 2050 non ci sarà più, in quanto si prevede un innalzamento del mare che porterà via 50 metri di spiaggia. Quella di Rimini, invece, si salverà in parte, essendo più ampia e con maggiore pendenza. Ma questo è lo scenario più ottimistico, perché l’impatto vero lo vedremo nel 2100. È stato calcolato che, solo nel Mediterraneo, una superficie pari a 5,5 milioni di campi da calcio sarà invasa dal mare, cambiando per sempre le linee della sua costa, che già in molte parti sono state preservate dall’intervento dell’uomo. Secondo l’Intergovernmental Panel of Climate Change, l’organo ufficiale incaricato dalle Nazioni Unite di studiare il cambiamento climatico, le variazioni di temperatura possono causare una modifica del ricircolo delle acque, compromettendo la vita marina che avrà sempre maggiori difficoltà a reperire l’ossigeno e altre sostanze nutritive. Gli scienziati da anni hanno indicato le linee guida per evitare il surriscaldamento climatico, eppure i Paesi continuano a ignorarle. E non solo. Da tempo sappiamo che, dal 1970 a oggi la temperatura degli oceani è aumentata di 0.11 gradi ogni dieci anni e che, se la temperatura aumentasse di 2 gradi, il livello degli oceani salirebbe fermandosi solo in prossimità dei rilievi. Ciò nonostante, oltre a non proteggere gli oceani dal surriscaldamento, siamo riusciti anche ad inquinarli in maniera indecente: basti pensare alla tristemente famosa isola di plastica del Pacifico, la cui superficie è più grande di quella delle Filippine. E se ne stanno formando altre nell’Atlantico. Ma di questo parleremo in un altro articolo.