La Certosa di San Martino vista dall’alto di Castel Sant’Elmo con lo sfondo del Vesuvio

Dal primo nucleo del monastero costruito nel 1325 al complesso museale di oggi, vi raccontiamo la storia della Certosa di San Martino.

Da sempre e ancora oggi, i visitatori che giungono a Napoli via mare e ammirano la nostra città, vengono immancabilmente attratti dall’elegante e imponente edificio bianco che svetta sulla collina del Vomero di fronte al porto e alle cui spalle si erge un castello. Stiamo parlando, ovviamente (per i napoletani), della Certosa di San Martino, un monastero divenuto oggi uno dei più bei complessi museali d’Italia. Ma la sua storia è bella e interessante quanto i capolavori che si possono ammirare al suo interno, e inizia nel 1325, quando per volere di Carlo d’Angiò duca di Calabria iniziarono i lavori per la costruzione di un monastero da affidare all’ordine dei certosini, verso cui gli angioini avevano una preferenza. A quel tempo la zona era una collina completamente verde di boschi, poco abitata e isolata, una posizione perfetta per chi doveva, in solitudine, dedicarsi alla contemplazione e alla preghiera, e i monaci (circa una dozzina guidati dal primo priore, Padre Roberto da Siena) iniziarono ad abitare l’edificio già nel 1337 sebbene la consacrazione della chiesa, ad opera del cardinale Guglielmo d’Agrifoglio, ebbe luogo solo il 28 febbraio 1368, secondo alcuni alla presenza della regina Giovanna d’Angiò. La chiesa fu dedicata a Maria Vergine, a San Martino e a tutti i santi, tuttavia il complesso prese il nome attuale solo nel XVI secolo, quando fu dedicato a Martino di Tours, presumibilmente in quanto vi era già un’antica cappella a lui dedicata prima che iniziassero i lavori per il nuovo monastero. Una curiosità, oggi poco nota, è che la piccola chiesa del XVII secolo sita sul piazzale alla sinistra dell’ingresso della certosa, è chiamata Chiesa delle Donne in quanto designata ad uso esclusivo delle donne, alle quali allora era proibito l’accesso al monastero. Il progetto del nucleo originale finora descritto, fu affidato agli stessi architetti che in quegli anni lavorarono anche al Castello di Belforte, oggi Castel Sant’Elmo, ovvero Mazzeo di Malotto, Francesco di Vito e Tino da Camaino, alla cui morte successe Attanasio Primario coadiuvato da Balduccio de Bocza; di quel nucleo attualmente restano poche tracce sia come architettura che, purtroppo, come testimonianze pittoriche. La certosa infatti fu oggetto di notevoli modifiche nel corso dei secoli, in particolare al tempo della Controriforma, verso la fine del Cinquecento, per volere dell’allora priore Severo Turboli fu progettato un abbellimento ed un ampliamento della certosa affidato all’architetto fiorentino Giovanni Antonio Dosio, il quale diede al complesso l’attuale elegante veste barocca sostituendola al precedente e più severo aspetto gotico. Dopo la morte del Dosio i lavori proseguirono sotto la direzione di Giovanni Giacomo Conforto a cui subentrò, infine, Cosimo Fanzago. A questi lavori dobbiamo le bellissime opere del barocco napoletano che ancora oggi possiamo ammirare, fu infatti allora che intorno alla chiesa sorsero le cappelle laterali, la cappella del Tesoro Nuovo, il coro, il refettorio e il parlatorio, dove possiamo ammirare affreschi e tavole dei maggiori artisti dell’epoca quali Battistello Caracciolo, Juseppe de Ribera, Belisario Corenzio (di cui abbiamo ampiamente parlato in un precedente articolo), Guido Reni, Luca Giordano e Massimo Stanzione, solo per citarne alcuni; ma anche le sculture in esposizione di Pietro Bernini, Michelangelo Naccherino e Giovan Battista Caccini risalgono allo stesso periodo. Sempre durante quei lavori di ampliamento fu ristrutturato il chiostro grande, aggiunte nuove celle per i monaci che, nel frattempo, crescevano rapidamente di numero, e fu aggiunto il chiostro dei Procuratori. Ulteriori lavori furono effettuati successivamente nel XVIII secolo e affidati all’architetto napoletano Nicola Tagliacozzi Canale, essi riguardarono principalmente gli spazi occupati dal priore. Di quel periodo sono i lavori di pittura eseguiti da Crescenzio Gamba, Domenico Antonio Vaccaro, Francesco Solimena e Francesco De Mura. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, a causa del giacobinismo e della conseguente nascita della Repubblica Napoletana, i monaci furono costretti più volte ad abbandonare la certosa, ne conseguì un’inevitabile decadimento che vide anche la confisca dei beni in essa contenuta. Curiosamente proprio nello stesso anno, il 1866, in cui la certosa divenne sede del 163° Battaglione della Guardia Nazionale, a essa fu annesso il museo omonimo e il tutto, su richiesta dell’archeologo Giuseppe Fiorelli, divenne il Museo Nazionale di San Martino, destinato a raccogliere ed esporre i ricordi della storia di Napoli, la proprietà diventò dello Stato e le raccolte di opere d’arte iniziarono nuovamente a crescere, soprattutto sotto le direzioni di Felice Niccolini, Vittorio Spinazzola e Gino Doria, fino a diventare quelle che sono arrivate oggi a noi. Durante la seconda guerra mondiale il complesso museale fu nuovamente svuotato dei suoi tesori e l’edificio subì diversi danneggiamenti, alla fine del conflitto le opere rientrate furono disposte con le modalità di un più moderno museo. Più recentemente tutto il complesso è stato oggetto di nuove ristrutturazioni fino ad arrivare all’attuale allestimento. Nel prossimo articolo vi porteremo alla scoperta dei numerosi tesori esposti all’interno del polo museale, descrivendovi anche i vari ambienti in modo da rendere più interessante la vostra visita, perché leggendo vi verrà certamente voglia di vedere di persona lo splendore della Certosa di San Martino!