Napoli sabato 16 novembre

Ecco…in effetti avrei pagato il biglietto proprio per questo: per sentire dalla sua viva voce che dopo aver letto una frase come quella su Francoise e l’imenottero di Fabre, lui, Baricco, ha subito pensato di cambiare mestiere. Baricco lo si conosce, inutile parlarne, ma ciò che incuriosiva, in questa serata, era capire come si rapporta lo scrittore contemporaneo di successo ad un mostro sacro come Proust. Lui, Baricco, nello spettacolo di per se troppo breve, ha inanellato la lettura di un paio di mirabili passaggi della Recerche, il che è come dire prendere un ago dal pagliaio, e costruirci su un teatro grondante di persone, sparse persino sul palco. A Napoli poi, tutto prende una piega surreale, mai troppo intima, ogni cosa è davvero impalpabile e fugace; non hai mica tanto tempo per cullarti nel ricordo di una certa immagine, rimpiangere un certo istante, una strada, un viale, cari al ns. Proust. Può anche capitare che dal vicolo dei quartieri, dove è incastonato il teatro sorga, quasi per moto spontaneo, una potentissima voce popolare, annunciandoti, ben al di là delle capacità di vibrazione di umane corde vocali, che “sta chiuvenne”, e via, in un sol colpo niente più Bois de Boulogne, niente malinconici viali autunnali alberati. Insomma, un vero tuffo nella realtà, che ci riporta al ns. caro Baricco e alle sue meste peregrinazioni letterarie. Questa autoflagellazione poteva anche finire lì, cioè con l’ammissione dei propri limiti al cospetto di un mostro della letteratura, ma questa cosa la potevano fare tutti.  Baricco, è pur sempre uno scrittore di successo, e quindi dai che gli dai qualche cosa di più se la deve inventare; così ti scova il passaggio in cui Proust parla di amicizia e di solitudine, si sofferma sull’inutilità della conversazione, parla del faticoso cammino del pensiero “nel lavoro solitario della creazione artistica”, evoca l’immagine dello scrittore: “piante che traggono dalla loro propria linfa il nodo successivo del loro fusto, il piano superiore del loro fogliame”, e pur non esprimendosi, sembra indirizzare la platea verso riflessioni intime, personali, quasi esistenziali. Il punto è che Proust parla, in questo passaggio, del mestiere dello scrittore, e tutta la sua grande opera sembra un grande invito – a chi si sente di farlo – a prendere penna e calamaio e mettersi alla scrivania, e quindi torniamo a bomba: poiché qualcosa di grande, di veramente grande, come la Recherche, la si può creare solo con grosso spirito di sacrificio e l’intima convinzione di una missione da compiere, una missione che richiede una pressocché totale abnegazione, spirito di sacrificio, capacità di rinuncia. Tutto questo un contemporaneo non lo può capire, lui sa bene che basta un passaggio televisivo all’ora giusta per cambiarti la vita, e vivere di rendita inseguendo le cose che ti piace fare, e alla fine chi glielo fa fare, che di vita ce n’è una sola…e così che ti ritrovi questi bravi scrittori moderni, persone simpatiche, che ti strappano anche il sorriso con le loro battutine all’Ikea, che sono paro paro quelle che faremmo noi, che sono continuamente impegnati a destra e sinistra, in TV, al teatro, con la scuola, i premi letterari, le cene, e la risposta che ci diamo è estremamente semplice, anzi no, è una nuova deprimente domanda: ma questi dove lo trovano il tempo per scrivere una frase come quella sull’imenottero di Fabre ??…e poi, scusa, caro Baricco, una cosa bisogna proprio dirtela: ci parli di Proust e piazzi il bancariello con i tuoi libri fuori al teatro ??…qualcuno dall’alto sembra aver deciso che sta cosa non quadrava ed è venuta giù l’ira di Dio, sabato sera.

Antonio Mastroberti

 

Proust