Vado al Palazzo delle Arti di Napoli per visitare la mostra di Escher ma vengo attratta dalle sale al piano terra, a destra della biglietteria: grandi quadri con un vibrante rosso fuoco e poi, con un netto cambio cromatico, tele fatte di bianco, nero e grigio, con un grande dirigibile dipinto e, nell’angolo, la parola ENDE. Leggo il concept e così capisco che le opere sono state ispirate dal drammatico rogo di Città della Scienza del 2013: un lutto enorme per la città di Napoli. «Un sacrificio, quello delle fiamme, serve alla trasmissione del sapere se, e solo se, viene raccontato, altrimenti rimane unicamente un martirio.» Sono le parole dell’autore, Francesco Paolo de Siena, con cui prende vita una chiacchierata per me molto arricchente… 

«La mia è un’anima tormentata, e sarebbe in fondo un cliché, per un artista… però sicuramente la cosa che mi contraddistingue è una capacità di ri-costruzione, intesa sia come capacità di ispezione, quindi guardare con curiosità le cose per capire come si ricostruiscono, sia come capacità didattica e dialettica per porsi sempre domande, per avere un dubbio costante. Io mi metto davanti alla tela e comincio a ricostruire: ricostruisco me stesso sulla tela e la tela su me stesso. E colgo la mia esistenza, se tra me e l’opera si apre una frattura: io mi vado a collocare in essa.»

In mostra ci sono da una parte i roghi e dall’altra un dirigibile… Fammi capire, per favore.

«La mostra utilizza l’incendio dello Science Center di Bagnoli come elemento emblematico per raccontare una storia, una novella, possiamo dire una cattiva novella, una di quelle che ci portiamo dietro spesso in questa città, ma con un lieto fine, in quanto metto in comunicazione quel rogo con un disastro avvenuto 85 anni prima, quello del dirigibile Italia. Durante l’incendio di Città della Scienza sono andati distrutti suoi reperti che erano nel Museo in quel momento. Ho quindi immaginato il ritorno del dirigibile, che non è mai stato ritrovato al Polo Nord e che vaga nel tempo fino a tornare nei luoghi del rogo… La storia del dirigibile, quindi, è venuta fuori dai quadri stessi, non con un colpo da romanziere, ma dal bisogno di uscire dalla struttura che bruciava.

Pur non volendo essere nazionalista o campanilista, il ciclo in mostra si mette molto in contatto con tutto ciò che c’è da ricostruire in Italia e a Napoli. Quindi è anche un auspicio a riuscire alzarsi in volo anche se si è ridotti in brandelli di stoffa e tela, come nel caso del dirigibile che torna. Lo spunto è narrativo; di fatto, dietro c’è un intento legato prettamente alla pittura: misurare la capacità del linguaggio artistico nel raccontare, ricostruire e riconsegnare la verità

Io ricordo perfettamente che piansi, alla notizia di quell’incendio. La tua reazione quale fu?

«Sono napoletano ma metà tedesco: in un ragionamento di ricostruzione, prevale la parte razionale della mia indole, quella tedesca, che però combatte sempre con la parte mediterranea. E quindi, quando appresi la notizia, rimasi ovviamente allibito… Subito dopo, però, mi riproposi una cosa folle: inquisire l’accaduto, non con gli strumenti della magistratura, naturalmente, ma con quelli miei, quelli della pittura. Confrontarsi con la verità, a proposito di un avvenimento di cronaca come questo, non ti vuole portare a individuare le cause o i colpevoli, ma ad individuare invece cosa rappresenti, per una comunità, un luogo, nella fattispecie cosa sia per la nostra collettività cittadina un Museo, e a Bagnoli. Questa zona è importante non solo perché legata alla storia dei Campi Flegrei ma anche perché qui si cammina sui bordi, sui limiti, esattamente come fa la pittura, che cammina sui limiti dell’immagine, sui limiti della superficie che ti è data. Quindi l’ispezione va compiuta esattamente dove qualcosa finisce e comincia altro. Capiamo così quale sia il cerchio che racchiude una comunità, quindi quali siano le dinamiche che entrano in gioco per una comunità rispetto a un evento.»

Ma quanto tempo hai impiegato per realizzare questa narrazione?

«Il ciclo, a cui ho iniziato a lavorare a marzo del 2013, si conclude nel 2017, anche se è una conclusione con una messa in moto: i processi analizzati, anche attraverso un monologo che ho portato in scena per tre anni durante la realizzazione di queste opere, mi hanno portato a dire che il modo in cui si sostiene una struttura, come un museo ripreso da un capannone dell’Ottocento, il modo in cui si governa un dirigibile per farlo volare, il modo in cui si sostiene un quadro con il suo telaio, sono alla fine gli stessi. Esiste sempre un doppio movimento, in cui due fasi si susseguono in modo alternato. Ciò che questo ciclo cerca di dire è che la verità non va cercata in un movimento o nell’altro, nel rogo o nel volo del dirigibile, ma in quello che accade nel mezzo, inteso come frattura in cui si colloca l’esistenza di ciascuno di noi.»

Sei felice di questa opportunità al PAN, anche con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli?

«Sono molto felice! Penso che tutto il lavoro, il tempo e le energie richiesti per la realizzazione di questo ciclo hanno voluto che io li restituissi alla città… e questo mi fa fare pace con Napoli.»

Cosa auguri a te stesso?

«…di stare sereno! Anche se uno spirito sereno non partorisce opere, mi auguro di stare un po’ più sereno!»

Grazie, Francesco, e in bocca al lupo per la tua ri-costruzione!

Da Escher ci andrò la settimana prossima…

Luciana Pennino

“Dipingere è il modo per stare con me, per continuare a conoscermi, è una pratica di vita.” (Francesco Paolo de Siena)

lo stato dell’arte

Francesco Paolo de Siena

PAN – Palazzo delle Arti Napoli, Via dei Mille, 60 – Napoli

Fino a domenica 3 Febbraio 2019