Sembra la trama di uno di quei “feel-good film” americani, dove i protagonisti riescono, a dispetto di tutte le difficoltà e gli ostacoli, a realizzare il proprio sogno, ma questo non è ne un film, ne una favola, ma una storia vera accaduta a persone ordinarie, che grazie alla loro straordinaria forza di volontà, perseveranza e resilienza hanno raggiunto il loro obbiettivo.

I protagonisti della vicenda sono 12 operai della Screen Sud di Acerra che ce l’hanno fatta: hanno acquistato la loro fabbrica, con la liquidazione di 15 anni di lavoro, sborsando anche l’anticipo di mobilità, e con l’aiuto di LegaCoop. Dopo nove anni di difficoltà, trascorsi a cercare di rilevare l’azienda, macchinari comprati all’asta con il proprio Tfr,  sabotaggi e un incendio, alla fine ci sono riusciti, hanno vinto loro! Ora la fabbrica di Acerra è di loro proprietà e va a gonfie vele, con un fatturato di 2 milioni all’anno.

Raffaele Silvestro, presidente della cooperativa ed ex responsabile commerciale della vecchia società fallita ha commentato che è come  lavorare a casa propria, si trovano più energie in tutto quello che si fa, perché lo si fa per se stessi. Gli operai- titolari della propria azienda (il nome è  workers buyout, che si usa quando gli operai di un’impresa in crisi la salvano, rilevandola con i propri fondi), lavorano in un capannone di 1.800 metri quadri, su due turni. Dalle 6 alle 22. Non c’è stanchezza  che tenga quando si lavora per se stessi è come stare in famiglia e così non ci sono limiti ai caffè bevuti insieme ed ai sorrisi, anche alle 22 con la schiena a pezzi. Gli operai hanno dai 36 ai 50 anni non ancora compiuti.

“Lavoriamo per noi stessi – spiega Silvestro – non è tutto rose e fiori. Ci sono gli screzi ma si superano. Il nostro è un matrimonio a 12. In una cooperativa si richiede sacrificio, vera collaborazione. So che se ci sono difficoltà, se chiedo ai miei compagni di rinviare lo stipendio per pagare un fornitore, mi dicono di sì”. Ha concluso il presidente della cooperativa.

La coop produce 3mila metri quadri al mese di telai in acciaio, reti antintasanti-setaccio per le industrie estrattive e l’edilizia, oltre al mercato italiano (soprattutto il Nord Est) una buona parte della loro produzione viene esportata in Nord Africa, Australia ed Europa.

La fabbrica originale, la società Lafer, era a Nola, e vi lavoravano in 50, poi fallita e messa in liquidazione. Solo in 12 però ci hanno creduto e si sono salvati dalla disoccupazione con le loro mani, rilevando la fabbrica. Ognuno di loro ha dovuto investire dai 7 ai 25 mila euro di Tfr. Con l’indennità di mobilità e il Tfr hanno portato il capitale sociale a 130 mila euro.

Rosario Florio direttore Lega Coop, ha creduto nel loro progetto  supportandoli e condividendo la loro gioia quando hanno riacceso le macchine e sono ripartiti. Questa è stata un’ impresa simile a quella di Italcables, riacquistata da 50 lavoratori riuniti in cooperativa finanziati dal loro Tfr, sempre con il supporto di Legacoop.

Vincendo le loro paure, Agostino De Luca, vicepresidente della cooperativa, in tuta blu da metalmeccanico con le mani consumate scurite dal lavoro – ha ricordato che il giudice aveva concesso loro il diritto di prelazione, supportati da Lega Coop, ma che erano terrorizzati perché del tutto inesperti dei meccanismi d’asta, e delle procedure legali in generale.

I 12 lavoratori si sono presentati al tribunale dopo una notte insonne avendo sconfitto tutti gli altri competitori vincendo i lotti a cui erano interessati. Hanno celebrato la loro vittoria. Ma i problemi non sono finiti qui. I soldi del Tfr. erano in ritardo, a 60 giorni dalle scadenze dovendo pagare le prime forniture e non avevano soldi. Anche qui la loro perseveranza ha dato i suoi frutti, dopo essersi presentati tutti i giorni  davanti agli uffici dell’Inps a protestare.

Dopo l’Inps, i 12 operai hanno subito una serie di sabotaggi, e furti all’interno del capannone di Nola, e poi il colpo di grazia: l’incendio, i nostri 12 eroi hanno dovuto aspettare altri sei mesi prima di cominciare l’attività. Dopo aver trovato un’altro capannone ad Acerra, appunto, lo hanno ristrutturato, lavorando anche loro, imbiancando i muri ed aggiustando il sistema elettrico. I problemi sul lavoro rendono difficili anche i rapporti familiari, ma la disperazione ed al tempo stesso la fiducia nel progetto hanno avuto la meglio, non facendoli desistere. Ed hanno avuto ragione! I risultati del successo dell’impresa sono lampanti. La speranza è che l’esempio di cooperazione  possa ispirare anche altri in Campania ed aiutare a far crescere quella cultura della collaborazione di cui abbiamo tanto bisogno qui nel Sud.