per i Pezzulli di Luciana Pennino: La gatta morta non muore mai

Il gattamortismo è una vera e propria arte sopraffina: nulla di improvvisato o raffazzonato. Ancor oggi, alle soglie del 2020, è la più diffusa ma soprattutto la più efficace e produttiva pratica che determinate donne mettono in azione per ottenere determinati privilegi e agi da determinati uomini.

Fatta premessa che non sono preparata in materia, mi permetterò semplicemente di passare alcuni consigli che non ho saputo seguire ma che, negli anni, ho ricevuto da gatte morte di alto livello e di comprovata esperienza.

Iniziamo: non è importante la bellezza ma la cura del look. Abiti fascianti, che mettano in risalto le forme, anche se minime, sino al rischio di asfissia; scarpe con tacco da slogatura di caviglia; trucco curato, di almeno un’ora, facendo credere che ci si è impiegato il tempo di uno sbadiglio perché in fondo non se ne ha bisogno; capigliatura appena sfilata dalle mani sapienti del parrucchiere, sempre.

Ovviamente la vita di una gatta morta deve essere estremamente social e negli ambienti cool: locali alla moda, eventi esclusivi, dove preferibilmente girino poca cultura e molte griffe.

La gatta morta dispensa sorrisi ammiccanti, emette risolini e gridolini, parla con una vocetta da bimbina… nella normalità dei casi, una donna così farebbe saltare i nervi a chiunque ma non la gatta morta, il cui fare malizioso e da sirena insidiosa risulta irresistibile, per alcuni.

Continuiamo con l’aspetto del viso: mi dicono che sia importante eliminare dal volto qualsivoglia espressione di arguzia e di brillantezza cerebrale a favore dell’ingenuità, della svampitezza e dello smarrimento.

Passiamo agli atteggiamenti: nulla da cui traspaiano decisionismo, autonomia o responsabilità.

Nella conversazione: se lui affronta un argomento di qualsiasi natura, anche il più terra terra, la gatta morta penderà dalle sue labbra come se si trovasse di fronte al portatore unico della verità universalmente accettata e incontrovertibile.

Spostiamoci sulle risposte: sempre meglio che siano vaghe, di poca sostanza.

Arriviamo alle reazioni alle prime fasi del corteggiamento: se lui fa un complimento, seppur di una banalità e una scontatezza da quasi vomito, la gatta morta si mostrerà sempre e comunque compiaciuta e gratificata. In più, contraccambierà con complimenti, ottimi quelli più finti delle migliori fake news, che colpiscano gli aspetti palesemente narcisistici dell’uomo.

Infine, eccoci agli inviti a uscire: quando alla gatta morta si dà appuntamento, lei darà per scontato che verrà prelevata in auto fin sotto al palazzo e naturalmente riaccompagnata a fine serata. La gatta morta non conosce l’uso di mezzi pubblici o di taxi.

…ma perché mai si dirà gatta morta? L’origine pare che sia da ricercare in una favola di Esopo che parla di un gatto, maschio, che si finge morto per attirare i topi.

Come mai, allora, nell’uso comune, si parla solo di gatta morta, al femminile…?!

Luciana Pennino

“In una casa c’erano molti topi. E un gatto avendo saputo questo andò là e prendendoli uno alla volta li mangiava. E i topi, essendo catturati continuamente, si nascondevano nei buchi, e il gatto non potendo più raggiungerli comprese che era necessario richiamarli con un’astuzia. Perciò, salito su un piolo e lasciandosi penzolare di lì, si fingeva morto. Ma uno dei topi, sporgendosi, quando lo vide disse: ehi tu, ma a te certo, anche se tu diventassi un sacco, non mi avvicinerò.” (Esopo, Il gatto e i topi)