Una signora di Napoli accoglie nella propria casa un rifugiato: la storia di Rosa e di Ashraf

Rosa Speranza – un nome che suona come promessa di soavità e Bellezza – è una signora napoletana di 75 anni che, dopo aver vissuto da sola per 43 anni, decide di aprire casa, cuore e braccia ad Ashraf, un rifugiato del Bangladesh di 21 anni.

Lo fa attraverso l’associazione Refugees Welcome Italia (https://refugees-welcome.it/), una ONLUS che fa parte del network europeo Refugees Welcome International: con serietà e concretezza, operano a sostegno dei rifugiati grazie a un sistema di accoglienza in famiglia e di inclusione sociale; fanno da ponte tra ospitanti e ospitati, superando pregiudizi e stereotipi, fino a rendere autonomo e indipendente chi viene accolto.

«Dal 28 luglio 2020 Ashraf vive con me a Napoli, nella mia casa nel quartiere Chiaia; i sei mesi del cosiddetto patto di ospitalità scadono a fine gennaio ma sicuramente faremo un rinnovo a tempo indeterminato, visto che le cose sono andate benissimo per entrambi.»

La camera libera per Ashraf, nella casa di Rosa, è quella della mamma, venuta a mancare 43 anni fa. Cos’è scattato in Rosa, dopo tanti anni trascorsi in solitudine ma sereni, che l’ha condotta fino ad Ashraf?

Rosa l’ha raccontato a Giancarlo Magalli in occasione della trasmissione televisiva “I fatti vostri”, andata in onda il 4 gennaio scorso su Rai 2, e lo racconta a me, telefonicamente, nel pomeriggio del giorno dell’Epifania.

Scioccata dalla visione dei migranti vittime del mare, convinta che il razzismo è la cosa più stupida che ci possa essere, Rosa non ha voluto più rimanere indifferente e inerte.

«Ho iniziato a domandarmi in quale razza di barbarie umana stiamo precipitando! E allora mi sono data da fare per poter salvare almeno una persona. È così che, attraverso Refugees Welcome, Ashraf è entrato a far parte della mia vita. È stato qualcosa a cui non potevo rinunciare, quasi non era più una mia scelta… Ritengo che solamente creando movimenti dal basso e reti di solidarietà, possiamo sperare in una nuova umanità: o costruiamo un mondo nuovo basato sulla condivisione e sulla fratellanza o sarà la fine per tutti!»

Rosa mi racconta che Ashraf proviene dalle campagne nella periferia di Sylhet, città del Bangladesh, una zona soggetta alle alluvioni che distruggono sia i prodotti della campagna che l’acqua che usano per bere e per l’igiene personale, provocando gravi malattie. Vari anni or sono, Ashraf lascia la sua terra per andare a Dubai e da lì, tre anni fa circa, inizia un cammino lungo e tribolato: sempre con i trafficanti, raggiunge la Turchia e quindi la Libia, dove subisce prevaricazioni e violenze da parte della mafia locale, assiste a trattamenti disumani ed è costretto a far trovare al padre – con enormi difficoltà e sacrifici – altro danaro, ben duemila euro che gli consentano, finalmente, di rimettersi in viaggio e di giungere nel porto di Napoli. Dapprima sosta in un centro di accoglienza di Benevento e poi nel centro napoletano di via Pontenuovo, fino a rendersi disponibile per essere accolto da una delle famiglie che si registrano sul sito di Refugees Welcome.  

Attualmente Ashraf lavora nel reparto sushi di un supermercato: ha imparato rapidamente quando si trovava a Benevento ed è diventato molto bravo e responsabile. Mantiene contatti frequentissimi con la famiglia, che non potrebbe vivere senza il danaro che lui guadagna qui con il suo lavoro. Ashraf ha i genitori, un fratello minore e due sorelle sposate e tutti hanno bisogno di lui.

Rosa, invece, è figlia unica, rimane orfana del padre all’età di 14 anni e della madre a 32. Lavora come assistente amministrativa nelle segreterie scolastiche e adesso è in pensione.

«Ho molti amici veri, non quelli da caffè o da gioco con le carte; ci poniamo criticamente di fronte agli eventi della vita e siamo pronti a scendere in piazza quando è necessario difendere i diritti umani.»

Inoltre è volontaria presso l’associazione Mani Tese, frequenta padre Alex Zanotelli, ama scrivere poesie e racconti.

«Rosa, cosa auguri a tuo figlio, visto che è così che oramai consideri Ashraf?»

«Gli auguro di vivere pienamente la sua libertà, così come mi dice che gli augurava sua madre. Proprio ieri sera mi ha confidato: “Se non sono annegato in mare, evidentemente ho una missione: devo aiutare la mia gente, la mia famiglia, il mio paese. Io non posso essere felice da solo… se so che i miei cari sono in difficoltà, non posso esser felice!”.

«Com’è la tua vita ora, Ashraf, e quale sogno hai?»

«Ho lasciato mia madre e tutta la mia famiglia in Bangladesh ma Dio mi ha dato un’altra madre e quindi io ora sono contento. Il mio sogno sarebbe aprire un ristorante. Non so proprio quando questo potrà succedere ma non fa niente perché sognare è sempre bello… il sogno fa parte della vita.»

«In base alla tua esperienza, cosa diresti agli altri come incitamento, Rosa?»

«Condividete, perché si riceve molto più di quello che si dà! La persona con cui ci mettiamo in relazione non è solo un essere umano ma rappresenta l’intero genere umano. La condivisione ci rende aperti a un mondo nuovo e ci incoraggia a proseguire nel bene. Per me questo è stato solo il primo passo: non so dove arriverò, cos’altro farò.»

Quindi, l’anno nefasto della pandemia, per Rosa e per Ashraf è stato, nonostante tutto, un anno di gioia!

Luciana Pennino

Le foto sono state fornite dalla signora Speranza per questa intervista