Il 10 giugno del 1985, Il Mattino pubblicò un articolo che condannò a morte un giovane reporter, iI giornalista in questione era Giancarlo  Siani, che sarebbe stato assassinato due mesi dopo la pubblicazione di quel pezzo, il 23 settembre 1985. Sono passati 34 anni da quel fatidico 10 giugno. Giancarlo Siani era giovane, appena 26enne, ma aveva il giornalismo nel DNA, e con l’incoscienza della gioventù e la sete di verità dei veri cronisti, aveva voluto raccontare di una Torre Annunziata, martoriata, consumata e svenduta al “peggior” offerente. Il problema fu che Siani, nel suo articolo, ci aveva visto giusto, aveva voluto metterci “troppe” verità: aveva parlato dell’arresto del boss Valentino Gionta, aveva raccontato, ai napoletani di quegli anni, tra certezze, ipotesi e felici intuizioni che i Nuvoletta avevano “cantato” e che si erano venduti Gionta, il vecchio boss, per scendere a trattative con il clan rivale di Bardellino e arrivare a una nuova pace, ricostruendo tutti gli eventi che avevano indotto i Nuvoletta al tradimento.

Valentino Gionta

Così il 10 giugno del 1985 Siani firmò, con quell’articolo, la sua condanna a morte, per aver voluto raccontare la verità. L’articolo di Siani è un documento storico, un racconto di verità che non invecchia, perché aldilà delle vicende specificiche, dimostra il fatto (ripetutosi innumerevoli volte nel nostro paese) che chi vuole combattere le mafie ha bisogno di supporto e che, se viene lasciato da solo, muore. È per rispetto a Siani, alla verità che volle raccontare e per onorare la sua memoria, che nell’anniversario della pubblicazione di quell’articolo vogliamo riproporlo quale pezzo esemplare di giornalismo investigativo italiano degli ultimi 50 anni.

Articolo pubblicato su Il Mattino di Giancarlo Siani il 10-06-1985-

Potrebbe cambiare la geografia della camorra dopo l’arresto del super latitante Valentino Gionta. Già da tempo, negli ambienti della mala organizzata e nello stesso clan dei Valentini di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse «scaricato», ucciso o arrestato.

Il boss della Nuova famiglia che era riuscito a creare un vero e proprio impero della camorra nell’area vesuviana, è stato trasferito al carcere di Poggioreale subito dopo la cattura a Marano l’altro pomeriggio. Verrà interrogato da più magistrati in relazione ai diversi ordini e mandati di cattura che ha accumulato in questi anni. I maggiori interrogativi dovranno essere chiariti, però, dal giudice Guglielmo Palmeri, che si sta occupando dei retroscena della strage di Sant’Alessandro.

Dopo il 26 agosto dell’anno scorso il boss di Torre Annunziata era diventato un personaggio scomodo. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino. I carabinieri erano da tempo sulle tracce del super latitante che proprio nella zona di Marano, area d’influenza dei Nuvoletta, aveva creduto di trovare rifugio. Ma il boss di Torre Annunziata, negli ultimi anni, aveva voluto «strafare».

La sua ascesa tra il 1981 e il 1982: gli anni della lotta con la «Nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo. L’11 settembre 1981 a Torre Annunziata vengono eliminati gli ultimi due capizona di Cutolo nell’area vesuviana, Salvatore Montella e Carlo Umberto Cirillo. Da boss indiscusso del contrabbando di sigarette (un affare di miliardi e con la possibilità di avere a disposizione un elevato numero di gregari) Gionta riesce a conquistare il controllo del mercato ittico.

Con una cooperativa, la Do. Gi. pesca (figura la moglie Gemma Donnarumma), mette le mani su interessi di miliardi. È la prima pietra della vera e propria holding che riuscirà a ingrandire negli anni successivi. Come «ambulante ittico», con questa qualifica è iscritto alla Camera di Commercio dal ‘68, fa diversi viaggi in Sicilia dove stabilisce contatti con la mafia. Per chi può disporre di alcune navi per il contrabbando di sigarette (una viene sequestrata a giugno al largo della Grecia, un’altra nelle acque di Capri) non è difficile controllare anche il mercato della droga.

È proprio il traffico dell’eroina uno degli elementi di conflitto con gli altri clan in particolare con gli uomini di Bardellino che a Torre Annunziata avevano conquistato una fetta del mercato. I due ultimatum lanciati da Gionta (il secondo scadeva proprio il 26 agosto) sono alcuni dei motivi che hanno scatenato la strage. Ma il clan dei Valentini tenta di allargarsi anche in altre zone. Il 20 maggio a Torre Annunziata viene ucciso Leopoldo Del Gaudio, boss di Ponte Persica, controllava il mercato dei fiori di Pompei. A luglio Gionta acquista camion e attrezzature per rimettere in piedi anche il mercato della carne. Un settore controllato dal clan degli Alfieri di Boscoreale, legato a Bardellino.

Troppi elementi di contrasto con i rivali che decidono di coalizzarsi per stroncare definitivamente il boss di Torre Annunziata. E tra i 54 mandati di cattura emessi dal Tribunale di Napoli il 3 novembre dell’anno scorso ci sono anche i nomi di Carmine Alfieri e Antonio Bardellino. Con la strage l’attacco è decisivo e mirato a distruggere l’intero clan. Torre Annunziata diventa una zona che scotta. Gionta Valentino un personaggio scomodo anche per gli stessi alleati. Un’ipotesi sulla quale stanno indagando gli inquirenti e che potrebbe segnare una svolta anche nelle alleanze della «Nuova famiglia». Un accordo tra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana. Con la cattura di Valentino Gionta salgono a ventotto i presunti camorristi del clan arrestati da carabinieri e polizia dopo la strage.

Ancora latitanti il fratello del boss, Ernesto Gionta, e il suocero, Pasquale Donnarumma.