29 marzo, giornata soleggiata ma triste, l’ennesima in tempi di Covid. E allora si torna indietro nei ricordi e pensi a quanto abbia significato il 29 marzo, sempre una domenica pomeriggio, per Napoli e per il suo popolo, 33 anni prima…

Già da due mesi non vi era traccia di un biglietto, quella sfida poteva risultare decisiva ai fini dell’assegnazione del tricolore; al San Paolo infatti sarebbe arrivata la Juventus di Michel Platini, la squadra campione d’Italia. Ma il Napoli guardava tutti dall’alto e la beffarda sconfitta di una settimana prima non aveva pregiudicato una marcia quasi inarrestabile: lo “zio” Bergomi a 5′ dal termine aveva impedito agli azzurri di conquistare un punto d’oro a San Siro. Contro la Vecchia Signora non ci si poteva permettere nessuna ulteriore distrazione, la vittoria era d’obbligo per evitare scherzi; 82 mila anime in un San Paolo da brividi. Bianchi si affidava all’ottimo Volpecina (in gol nella storica gara d’andata al Comunale terminata 3-1 per i partenopei) e alla vivacità di Caffarelli, napoletano di Casoria; per il resto solito schieramento con De Napoli chiamato a bloccare “Le Roi” e in avanti Maradona e Giordano pronti ad inventare. Proprio l’attaccante romano si guadagnava una punizione da posizione interessante dopo nemmeno un quarto d’ora, ovvio aspettarsi Diego (che infatti era sul pallone) per una delle sue diavolerie; ed invece il Pibe toccava delicatamente per il bolide di un ragazzone dal piede caldo, alias Alessandro Renica, che esplodeva con forza verso la porta di Tacconi. Il baffuto e poco simpatico portiere juventino si faceva passare goffamente il pallone sotto le gambe dando il via ad un incredibile delirio sugli spalti: Napoli in vantaggio, 1-0!

I bianconeri però, malgrado tre assenze pesanti quali Cabrini, Brio e Laudrup non volevano assolutamente darsi per vinti e provavano ad impensierire i ragazzi di Ottavio Bianchi; la difesa azzurra rispondeva in maniera attenta concedendo le briciole agli avversari, grazie soprattutto ad una prestazione sontuosa di Moreno Ferrario capace di mettere la museruola al pur volitivo Renato Buso (giovane che poi avrebbe fatto la fortuna del Napoli qualche anno dopo). La prima frazione si chiudeva col vantaggio napoletano non prima che si tirasse un grosso sospiro di sollievo dopo una girata mancina di Aldo Serena terminata sul palo; lo stesso attaccante pochi minuti dopo l’inizio della ripresa ammutoliva l’infernale catino napoletano deviando di testa, in anticipo su Garella, un cross al bacio di Platini dalla destra. Doccia fredda per il Napoli e per i supporters che stavano già assaporando i due punti: neanche il tempo di battere ed il tecnico Bianchi richiamava Caffarelli per far entrare Andrea Carnevale. Scelta azzeccata perché qualche minuto dopo su imbeccata del Dio del calcio l’attaccante proveniente dall’Udinese risultava decisivo sebbene non fosse riuscito ad intervenire in maniera pulita per la stoccata a rete; il pallone infatti arpionato dall’ariete metteva fuori uso Tacconi e finiva lentamente verso il palo opposto dove interveniva Ciccio Romano per il comodo appoggio. I decibel di Fuorigrotta raggiunsero probabilmente livelli sconosciuti sino ad allora, quel gol significava nuovo vantaggio, una preziosa vittoria da difendere con i denti, battere la Juventus dopo l’exploit dell’andata in terra piemontese. Insomma voleva significare un pezzo importante di Scudetto quando poi sarebbero mancate 6 gare al termine del campionato; e alla fine, dopo il triplice fischio dell’arbitro Pieri il popolo partenopeo si scatenò potendo liberare quell’urlo per tanti anni strozzato in gola. Non era ancora matematico ma vi era la consapevolezza che il grosso era fatto, Ferlaino pressato manteneva la sua posizione scaramantica in merito al titolo dichiarando che c’era ancora tanto da giocare e così Renica, Garella, lo stesso Diego ed ancora Bagni: non volevano sbilanciarsi, lasciarsi andare ma i loro occhi tradivano le parole. Occhi di gioia, convinzione e consapevolezza di stare ad un passo dal raggiungimento di uno storico traguardo che avrebbe regalato un vero e proprio sogno ad occhi aperti un popolo tutto, il popolo azzurro. Quello che aveva rappresentato il dodicesimo, che aveva sempre sostenuto ed incitato, che incuteva terrore agli avversari e che aveva anche deliziato esteticamente ogni domenica con colori, bandiere e striscioni.

E così fu, in una bella domenica di Maggio, 1-1 con la Fiorentina, ma questa è un’altra storia…