Pur essendo il più antico idioma, il napoletano, volgare e parlato in una vastissima area peninsulare ed insulare, non riuscì ad imporsi come lingua ufficiale e nazionale, cosa che invece riuscì ad un altro dialetto locale, quello fiorentino, parlato in un’area più circoscritta e verosimilmente da un numero minore di persone.
In effetti, il dialetto fiorentino s’impose per ragioni storico-politiche in quanto mercanti e banchieri toscani brigarono per imporre il loro dialetto come lingua comune, mentre nel Meridione la perdita dell’indipendenza post-unitaria penalizzò ulteriormente il dialetto/idioma napoletano, già non più in uso negli atti pubblici della nazione e già confinato negli scritti ingiustamente ritenuti buffoneschi di scrittori del calibro di Giulio Cesare Cortese, Giambattista Basile, Filippo Sgruttendio (pseudonimo dello stesso G.C. Cortese), Niccolò Capasso, Pompeo Sarnelli ecc.

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L’avvento dei Savoia fece il resto (e anche il regime fascista non fu da meno). Tra il 1915 ed il 1918, i fanti meridionali furono mandati a difendere i confini d’Italia, e, poiché parlavano solo il napoletano, non riuscendo spesso a capire gli ordini dati in lingua italiana finirono per eseguirli a modo loro rimettendoci la pelle per una patria mai veramente sentita tale.
Taluni non definiscono lingua il napoletano per il sol fatto che non è parlato da tutta una nazione e resta nell’ambito della varietà dei dialetti e delle parlate regionali. Eppure, è stato per molto tempo un sistema di elementi lessicali e di forme grammaticali al pari della lingua italiana, francese, inglese, tedesca, araba ecc, mezzo di comunicazione scritta ed orale di molti individui.
Per altri, non si deve neppure definire dialetto perché in genere con tale termine s’intende un volgare o un linguaggio minore della lingua ufficiale, cosa che non si addice al napoletano che è invece un’apprezzabilissima parlata autonoma figlia del tardo latino e di quello volgare e parlato, idioma ricco di storia e di testi ed usatissimo per secoli in tutto il meridione.
L’ italiano moderno, in effetti, è un dialetto (il fiorentino) che riuscì ad imporsi come lingua ufficiale di una regione più vasta di quella originaria, rubando a piene mani nei linguaggi e nelle opere di artisti meridionali.
Alla base dell’italiano si trova, infatti, il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, che fu a sua volta influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata in origine dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini e dal modello latino.
L’italiano è pervenuto poi alle nostre latitudini anche per il tramite degli invasori lombardi piemontesi, tentando di soppiantare senza riuscirvi la nostra parlata autoctona.
L’italiano s’impose come lingua nazionale per l’opera interessata di poeti e scrittori, di mercanti e di banchieri ed in età post-unitaria per la proditoria diffusione voluta dai Savoia e dal fascismo e la vessatoria opera di ministri, filosofi e professori che per anni imposero ai ragazzi esclusivamente Divina Commedia e Promessi Sposi, Cuore etc. tenendo in nessun conto tutta la produzione seicentesca ed ottocentesca napoletana.
Ed inoltre, negli ultimi tre secoli, è sorta una fiorente letteratura in napoletano, in settori anche diversissimi tra loro, che in alcuni casi è giunta anche a punte di grandissimo livello, come ad esempio nelle opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo de Filippo, Antonio De Curtis

Viviani
E quindi, a conclusione, né dialetto, né lingua ma idioma, da insegnare almeno nel meridione, in tutte le scuole d’ogni ordine e grado.
Per finire davvero, qualche chicca su questo dialetto/lingua/idioma…
Nel napoletano ci sono ben centocinquantotto diverse maniere (da abacucco a zucannoglia) per indicare una persona sciocca o sprovveduta; oltre ottantacinque specie di percosse manuali (‘o mazziatone), contro la ventina della lingua patria; più di sessanta appellativi di denaro; circa duecento vocaboli per descrivere il corpo umano, da arche dd’ ‘e ciglia (sopracciglie) a zezzeniello (ugola), senza citare gli oltre trenta sinonimi dell’organo genitale femminile e la ventina di quello maschile. E ben sedici «nomi propri» riservati alla banale ed asettica ernia della madrelingua: guàllara, ‘ntoscia, paposcia, burzone, contrappiso, quaglia, zeppula, appesa ‘e Pererotta, polletra, scesa tonna, mellunciello, allentatura, pallone, richignenzia, muscesia e (dulcis in fundo) pallera…
Primi anche in quanto a gonfiori…

di Carlo Fedele