La storia del dialetto napoletano è tutt’una con la storia delle varie presenze forestiere che ha caratterizzato gran parte dello sviluppo della città di Napoli.
In effetti, la città di Partenope fu la maggiore città della Magna Graecia già al IX sec. a.C. e per lungo tempo conservò il suo “greco” dorico, fino allo scenario Romano col suo “latino parlato” da militari, commercianti, coloni, amministratori etc.
Fosse già solo per questo, appare dunque opportuno incoraggiare ogni iniziativa tesa alla difesa, alla tutela e al recupero del dialetto perché nel cuore di esso alberga tanta parte della nostra storia, dei nostri costumi, del nostro stesso modo di essere.
Il dialetto di Napoli è il più antico degli idiomi in Italia, è l’immediato nato dopo del declinato latino. Esso è un idioma romanzo che, accanto all’italiano, è correntemente parlato non solo in Italia meridionale (cioè nelle regioni della Campania, Basilicata, Calabria settentrionale, Abruzzo, Molise, Puglia e nel Lazio meridionale, al confine con la Campania, con le variabilità dovute alla provenienza o alla posizione geografica), ma anche all’estero tra gli emigrati.
Si noti che il primo documento «ufficiale» della lingua italiana (Carta di Capua, redatto nel 960 da tre religiosi benedettini) appare scritto in una forma sostanzialmente “napoletana”: «Sao… ko kelle terre… le possette…» (“sao” vicinissimo al nostro “saccio”, “kelle” con “chelle” e “possette” cioè possedette che riproduce alla lettera l’analogo perfetto napoletano dei verbi della seconda coniugazione (dicette, facette, tenette, ecc.).
Tracce si trovano anche all’inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della “Storia della distruzione di Troia” di Guido delle Colonne. La prima opera in prosa è invece considerata comunemente un testo di Matteo Spinelli, sindaco di Giovinazzo, conosciuta come “Diurnali”, un cronicario degli avvenimenti più importanti del Regno di Sicilia dell’XI secolo, che si arresta al 1268.
Il “latino popolare” parlato a Napoli già nell’Alto Medioevo, fu solo parzialmente sostituito dal “greco” durante la dipendenza da Bisanzio (specie nei secoli VI-VII-VIII d.C.).
Il napoletano ha inoltre subìto nella sua storia, influenze e “prestiti” dai vari popoli che hanno abitato o dominato la Campania e l’Italia centro-meridionale, più recentemente, i normanni, i francesi, gli spagnoli e perfino gli americani, durante la seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione di Napoli, hanno contribuito con qualche vocabolo. Va però chiarito che tutti gli apporti che il partenopeo ha subito sono soltanto di natura lessicale: in altre parole apporti ristretti a parole nude e semplici, senz’alcuna struttura grammaticale di natura fonetica, morfologica o sintattica. Soprattutto per quanto riguarda lo spagnolo, è errato attribuire esclusivamente all’influenza spagnola la somiglianza tra il napoletano e quest’idioma: trattandosi di lingue ambedue romanze o neolatine, la maggior parte degli elementi comuni vanno fatti risalire al latino volgare.
Il dialetto napoletano fu per oltre un secolo anche lingua ufficiale del Regno di Napoli. Sostituì il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall’unificazione delle Due Sicilie, per decreto di Alfonso I, nel 1442.

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Nel XVI secolo re Ferdinando il Cattolico impose il castigliano come nuova lingua ufficiale e il napoletano di stato sopravviveva solo nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici. Gli interessi umanistici presero un carattere più politico. Alla corte dei figli di Ferdinando I di Napoli però i nuovi sovrani incentivarono l’adozione definitiva del toscano come lingua letteraria anche a Napoli.
E’ della seconda metà del XV secolo l’antologia di rime nota come “Raccolta aragonese”, che Lorenzo de’ Medici inviò al re di Napoli Federico I, in cui si proponeva alla corte partenopea il fiorentino come modello di volgare illustre, di pari dignità letteraria con il latino. Seguì un lungo periodo di incertezze per la lingua napoletana, finché la fine del dominio aragonese portò ad un rinnovato interesse culturale per il volgare cittadino.
Ne “Lo cunto de li cunti”, 50 fiabe in lingua napoletana scritte da Giambattista Basile, edite fra il 1634 e il 1636 esiste la prima trascrizione della favola della letteratura occidentale, poi tradotta in italiano da Benedetto Croce, che ha regalato al mondo la realtà popolare e fantasiosa delle fiabe, inaugurando una tradizione ben ripresa da Perrault e dai fratelli Grimm. Con Basile, il più celebre poeta napoletano d’età moderna, Giulio Cesare Cortese, pone le basi per la dignità letteraria ed artistica della lingua napoletana moderna. Di costui si ricorda la “Vaiasseide”, un’opera eroicomica in cinque canti, abbassata a quello che è il livello effettivo delle protagoniste: un gruppo di vaiasse, donne popolane napoletane, che s’esprimono in dialetto.
“Il parlare di Napoli ha tanti vocaboli e frasi che se alcuno volesse un vocabolario formarne non so se mai compirlo potrebbe” (V. Oliva, Grammatica della lingua napoletana, 1728).
Testimonianza di tanta ricchezza espressiva è fornita dal numero dei Vocabolari dialettali che ammontano ad oltre cinquanta e che includono Dizionari botanici, zoologici, ornitologici, onomatopeici…
Se solo poi potessimo associare ai tantissimi vocaboli e frasi presenti nel napoletano la straordinaria cospicua mimica nostrana… (che poi altro non è che la necessità di esprimersi e venir compresi laddove il breve succedersi delle dominazioni, quasi tutte di lingua differente, non consentiva il pur limitato apprendimento dei fonemi essenziali alla sopravvivenza).
Straordinaria e geniale comunicatività della nostra gente.

di Carlo Fedele