Dopo Cuma i greci si sono spostati lungo la costa: a Napoli. Hanno chiamato questo insediamento Partenope per via della sirena che cercò di attirare Ulisse sott’acqua. Ancora oggi, si può dire che Napoli è stata una volta una città greca. E’ la qualità della luce, che è più forte e più chiara, e si sente più antica ed essenziale qui ed in tutta la Magna Grecia – le regioni del Mezzogiorno che erano una volta colonie greche – della luce di Roma, con i suoi colori rosa morbidi, o della costante luce sottile del nord Italia, con le sue innumerevoli sfumature di grigio.

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Per secoli, Napoli si è distinta su Roma, affermando la sua origine greca. “Rimanendo greca e non prendendo parte ai giochi di potere politici del territorio, Napoli divenne tutto ciò che Roma non era” Peter Robb scrive in “Street Fight in Naples“, il suo eccellente libro del 2011, che porta in vita la drammatica storia della città. “I Napoletani erano liberi di non essere seri. Liberi di coltivare il loro giardino greco, non ignorando quanto profondamente i romani fossero rimasti in soggezione della cultura greca. Essere greci è stata una sorta di vendetta, una specie di ‘soft power’. “

Napoli è anche un regno dello spirito. Nell‘Eneide, Virgilio, il poeta mantovano, che si sentiva più a casa sua a Napoli, osserva la politica di potere di Roma da lontano; Enea si ferma a Cuma sulla via del ritorno dalla guerra di Troia per fondare Roma. Lì, la Sibilla Cumana, così ben rappresentata da Michelangelo nella Cappella Sistina, consiglia ad Enea di scendere nel mondo sotterraneo attraverso il vicino Lago d’Averno per trovare suo padre, ma lo avverte del pericolo del viaggio. Il Lago d’Averno è ancora qui oggi, ora parte della periferia di Napoli, circondato da un avamposto della NATO.

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Ora la grotta della Sibilla, dove il personaggio di Ingrid Bergman scoppia in lacrime, in “Viaggio in Italia“, il film del 1955 di Roberto Rossellini è un sito mal segnalato, raggiungibile solo tramite caotiche strade locali, la loro segnaletica oscurata da giunchi e fango, nelle aree torve di quel tratto che va da Napoli verso nord, lungo la costa e che sono anche avanposti della camorra, e della mafia napoletana. Un mio amico ed io, una volta ci siamo andati in un pomeriggio piovoso. Una manciata di guardie baffute ci faceva segno di passare senza chiederci di pagare. All’interno, eravamo gli unici visitatori. La grotta è un lungo tunnel con alcune strette feritoie per la luce. Dai boschi è possibile vedere l’acqua sottostante. Ho trovato il sito profondamente deprimente. La pioggia, il peso della storia, mi hanno riempito di tristezza, e di un senso di futilità dello sforzo umano. E` possibile che tanti secoli di civiltà hanno portato a questo: una zona coperta di cemento, con strade dissestate ed una scarsa urbanizzazione.

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IL PASSATO DELLA CITTA a volte sembra brillare più luminoso del suo presente. Dopo gli anni più tranquilli nel XIII e XIV secolo sotto la dominazione francese degli angioini, che ha lasciato il segno su alcune delle più maestose costruzioni di architettura medievale della città, ha fatto seguito quella degli Asburgo, che ha contribuito a trasformare Napoli nella capitale cosmopolita e vivace dell’impero spagnolo, e che è rimasta per secoli, un centro di commercio e di apprendimento. Il giovane Cervantes era di stanza qui per cinque anni come un marine; ed i Quartieri Spagnoli, tuttora un’area piena di vitalità, sono stati costruiti per ospitare le truppe spagnole ai tempi del Regno delle Due Sicilie, il periodo in cui l’Italia meridionale era sotto il dominio spagnolo. Allora, l’Italia del Sud era molto più ricca rispetto all’impoverito nord. Dopo l’unificazione del paese, a metà del XIX secolo, il tenore di vita ed il reddito pro-capite nel sud sono crollati. Ancora oggi, molti a Napoli credono che il sud fosse in uno stato migliore prima dell’unificazione.

Napoli ha ora un sindaco di sinistra, Luigi de Magistris, ex magistrato anti-mafia, che ha cercato di risolvere la persistente crisi dei rifiuti della città, un fenomeno profondamente legato alla criminalità organizzata. La città non è stata mai facile da governare. Nel 1547, i napoletani si sono ribellati contro l’imposizione dell’Inquisizione spagnola. Un secolo più tardi, i contadini napoletani si sono rivoltati contro i nobili spagnoli, furiosi per le tasse da pagare per il sovvenzionamento di guerre iberiche. Nel 1943, quando i nazisti hanno iniziato a rastrellare uomini napoletani, le donne furiose si sono ribellate, dando il via alle quattro giornate di Napoli che la portarono ad essere la prima città europea a liberarsi dall’occupazione nazi-fascista.
In “Napoli ’44“, lo straordinario diario, di un anno trascorso come ufficiale dei servizi segreti britannici in città, alla fine della seconda guerra mondiale, Norman Lewis racconta storie di madri che prostituiscono le loro figli, e funzionari alleati che fanno affari con i gangster locali. Ovunque, la gente spera in miracoli, e nell’intercessione dei santi, mentre un sacerdote sorridente prova ancora una volta a vendere ombrelli con manici fatti con le ossa dei santi. “Anche lui deve guadagnarsi da vivere,” Mr. Lewis conclude.

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A Napoli, l’istinto di sopravvivenza si alterna a slanci di fede, come quando il gregge fedele và alla cattedrale per vedere la liquefazione miracolosa, del sangue di San Gennaro, e dove San Tommaso d’Aquino, il teologo più impegnato sulla necessità del razionale, credeva che un dipinto della crocifissione, nella chiesa di San Domenico Maggiore, gli avesse parlato. Per certi versi a Napoli, questo ha senso. Qui, la linea tra il reale e il soprannaturale è sempre offuscata.
La storia della conquista ha lasciato il segno. “
O Francia o Spagna purchè si magna”, dice il vecchio detto napoletano: Non importa se siamo governati da Francia o Spagna, purché si mangi. Questa realpolitik napoletana, questo cinismo sul potere, può sembrare pericolosamente vicino al nichilismo. Eppure questa città è piena di vita. Il cibo è sempre presente, soprattutto nella mente: fresco carpaccio di pesce in una serata fredda all’inizio della primavera; paccheri alla genovese con manzo e cipolle caramellate; una semplice pizza margherita, con la sua pasta leggermente elastica, la sua salsa marinara non troppo salata o troppo dolce (“questa pizza”, un amico mi ha detto una volta, “è come un bacio sulla fronte”).

Una volta ho letto il mio oroscopo sul quotidiano di Napoli, Il Mattino. “Amore: E’ inutile cercare di trovare un senso logico, porre domande e analizzare con la mente ciò che sta accadendo, le risposte sono solo nel tuo cuore”, continua: “Lavoro: Il caos regna sovrano, non riuscite a farcela! Mettete tutto da parte e aspettate l’aiuto dalla prossima luna “.

UN GIORNO D’INVERNO ero con amici alla pasticceria Scaturchio, famosa per la sua sfogliatella, delicati strati di pasta, ripieni di ricotta e scorza d’arancia, ed una spolverata di zucchero a velo. Noi cercavamo disordinatamente di mangiare mentre camminavamo, ridendo così forte che abbiamo fatto finire lo zucchero bianco in polvere sopra i nostri cappotti scuri. Siamo passati per la chiesa del Gesù Nuovo, con strani simboli mistici scolpiti nella facciata rocciosa, e siamo entrati nel chiostro della chiesa di Santa Chiara, un giardino alberato con scene del Vecchio Testamento dipinte su colorate maioliche. La sera si stava avvicinando. In alto, sopra le pareti del chiostro, il cielo era diventato di un blu rosa. Il mondo si sentiva in lontananza. I suoni della città sbiaditi. Fuori, i ragazzi stavano giocando a pallone nel cimitero. Siamo stati a Napoli, come tanti prima di noi, sospesi tra il sacro e il profano, il silenzio del chiostro e il caos del mondo. Campa un giorno e campalo bene. Vivere alla giornata e vivere bene.

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Per leggere la prima parte clicca qui > http://www.napoliflash24.it/sedotta-da-napoli-i-parte-dal-the-new-york-times-seduced-by-naples-part-i/

 

Seduced by Naples

After Cuma, the Greeks moved down the shore to Naples and called this settlement Parthenope, after the siren who tried to lure Odysseus to the rocks. Even today, you can tell that Naples was once a Greek city. It is the quality of light, which is stronger and clearer and feels more ancient and essential here — and in all of Magna Grecia, the Southern Italian regions that were once Greek colonies — than the light of Rome, with its softer pinks, or the steady, subtle light of the Italian north, with its countless shades of gray.

For centuries, Naples lorded itself over Rome by asserting its Greek origins. “By staying Greek and not being a political player in the region at all, Naples became everything Rome was not,” Peter Robb writes in “Street Fight in Naples,” his excellent 2011 book, which brings the dramatic history of the city to life. “Neapolitans were free not to be serious. Free to cultivate their Greek garden, and not unaware how deeply Romans remained in awe of Greek culture. Being Greek was a kind of revenge, a soft power of its own kind.”

Naples is also a realm of the spirit. In “The Aeneid,” written by a poet from Mantua who felt most at home in Naples, observing the power politics of Rome from afar, Aeneas stops at Cuma on his way back from the Trojan War before founding Rome. There, the Cumean Sybil, so beautifully depicted by Michelangelo in the Sistine Chapel ceiling, advises Aeneas how to descend to the underworld from nearby Lake Avernus to visit his father, but warns of the danger of the journey. Lake Avernus is still here today, now in the semisuburban sprawl outside Naples, surrounded by a NATO outpost.

These days, the grotto of the Sybil — where Ingrid Bergman’s character has a breakdown in “Voyage to Italy,” Roberto Rossellini’s 1955 film — is an ill-marked site reachable on confusing local roads, their signs obscured by rushes, in the grim areas that stretch from Naples northward up the coast and are the stronghold of the Camorra, the Neapolitan Mafia. A friend and I once went on a rainy afternoon. A handful of mustachioed guards waved us past without asking us to pay. Inside, we were the only visitors. The cave is a long tunnel with a few narrow slats for light. From the woods, you can see the ocean below. I found the site profoundly depressing. The rain, the weight of history, filled me with sadness, a sense of the futility of human endeavor. Had so many centuries of civilization led only to this, a Mafia-infested area of ugly concrete, bad roads, poor zoning?

THE CITY’S PAST sometimes seems to shine brighter than its present. After the quieter years in the 13th and 14th centuries of the Angevin French, who left their mark on some of the city’s most stately medieval architecture, it was the Habsburgs who helped turn Naples into the cosmopolitan capital of the vibrant Spanish empire, which it remained for centuries, a hub of commerce and learning. The young Cervantes was stationed here for five years as a marine, and the Quartieri Spagnoli, now a bustling working-class neighborhood, was built to house the Spanish troops back in the days of the Kingdom of the Two Sicilies, the period when southern Italy was under Spanish rule. Back then, the Italian south was far richer than the impoverished north. After Italy’s unification in the mid 19th century, living standards and per capita income in the south plummeted. To this day, many in Naples believe the south was better off before unification.

Naples now has a left-wing mayor, Luigi de Magistris, a former anti-Mafia magistrate, who has tried to solve the city’s persistent garbage crisis, a phenomenon deeply linked to organized crime. The city has never been easy to govern. In 1547, the Neapolitans revolted against the imposition of the Spanish Inquisition. A century later, Neapolitan peasants revolted against their Spanish overlords, furious that they were being impoverished through taxes to pay for Spain’s foreign wars. In 1943, when the Nazis began rounding up Neapolitan men, the furious women of Naples fought back, successfully driving the Nazis out of town, albeit on a killing spree, in a rare mass citizens’ revolt against the German occupation.

In “Naples ’44,” his remarkable diary from a year spent as a British intelligence officer in the city at the end of World War II, Norman Lewis recounts tales of mothers prostituting their daughters and Allied officials making devil’s bargains with local gangsters. Everywhere, people looked for miracles, believing the intercession of the saints would save them, while one smiling priest takes another tack, selling umbrella handles carved from the bones of the saints. “He, too, had to live,” Mr. Lewis concludes.

In Naples, survival instincts alternate with leaps of faith. It is here that the faithful flock to the cathedral to see the miraculous liquefaction of a vial of the blood of San Gennaro, and where even St. Thomas Aquinas, the theologian most committed to the demands of the rational, believed that a painting of the crucifixion in the church of San Domenico Maggiore spoke to him. Somehow, in Naples, this all makes sense. Here, the line between the realistic and the supernatural is forever blurred.

The history of conquest has also left its mark. “O Francia o Spagna pur che se magna,” the old Neapolitan saying goes: It doesn’t matter if we’re governed by France or Spain, so long as we eat. This Neapolitan realpolitik, a cynicism about power, can seem dangerously close to nihilism. And yet this city is bursting with life. The food especially lingers in the mind — fresh fish carpaccio and Sancerre on a cool evening on the cusp of spring; the paccheri alla Genovese with beef and caramelized onions; a simple margherita pizza, its dough just slightly springy, its marinara sauce not too salty or sweet (“this pizza,” a friend once said, “is like a kiss on the forehead”).

I once read my horoscope in the Naples daily newspaper, Il Mattino. “Love: It’s useless to try to find a logical meaning, ask questions and analyze with the mind what’s happening, the answers are only in your heart,” it read. “Work: Chaos reigns supreme and you just can’t catch a break. Put everything aside and wait for help from the next moon.”

ONE WINTER DAY I was with friends at the pastry shop Scaturchio, famous for its sfogliatella, delicate layers of pastry stuffed with ricotta and orange peel and dusted in confectioner’s sugar. We messily tried to eat as we walked, laughing so hard that we blew the powdery white sugar all over our dark coats. We passed the Gesù Nuovo church, with strange mystical symbols carved in its rocky facade, and entered the cloister of the church of Santa Chiara, a garden lined with colorful majolica scenes from the Old Testament.

Evening was approaching. High above the cloister walls, the sky turned a pinkish blue. The world felt far away. The sounds of the city faded. Outside, boys were playing soccer in the churchyard. There we were in Naples, like so many before us, suspended between the sacred and the profane, the silence of the cloister and the chaos of the world. Campa un giorno e campalo bene. Live for the day and live it well.

To read part I click here> http://www.napoliflash24.it/sedotta-da-napoli-i-parte-dal-the-new-york-times-seduced-by-naples-part-i/

Rachel Donadio

Writing for

The New York Times

Tradotto da

Simona Caruso